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Prima Ora - Notizie del 30 luglio

Maturità o Abitur? Due parole, due idee diverse di scuola

Ogni anno, tra giugno e luglio, milioni di studenti italiani e tedeschi affrontano l’esame conclusivo della scuola secondaria. Apparentemente si tratta dello stesso traguardo. Eppure basta osservare il nome con cui viene chiamato per capire che dietro si nascondono due concezioni profondamente diverse dell’educazione.

In Italia si parla di maturità.
In Germania di Abitur.

La differenza non è soltanto linguistica: è culturale.

La parola italiana maturità richiama immediatamente la crescita della persona. Essere maturi significa aver raggiunto un equilibrio umano, intellettuale ed emotivo. L’esame finale, almeno nelle intenzioni originarie, non dovrebbe limitarsi a verificare ciò che uno studente sa, ma dovrebbe dimostrare che è diventato un cittadino capace di ragionare, argomentare e assumersi responsabilità.

La parola tedesca Abitur, invece, deriva dal latino abire (“andarsene”, “partire”) e identifica soprattutto il titolo che consente di lasciare la scuola e accedere all’università. L’accento è posto sul passaggio amministrativo e sull’idoneità agli studi superiori.

Le due parole raccontano due filosofie differenti.
La tradizione italiana mette al centro la formazione dell’individuo. Quella tedesca privilegia la certificazione delle competenze necessarie per il percorso accademico.
Naturalmente, nella pratica le differenze sono meno nette. L’Abitur valuta anche capacità di analisi, autonomia e spirito critico, mentre la maturità italiana è diventata nel tempo sempre più orientata alla verifica delle competenze. Tuttavia il linguaggio continua a conservare la memoria delle idee che hanno ispirato i due sistemi scolastici.

Una domanda interessante è quale delle due impostazioni sia oggi più efficace.

Se l’obiettivo della scuola è preparare lavoratori qualificati, il modello tedesco appare estremamente coerente. La Germania ha costruito uno dei sistemi educativi più strettamente collegati al mondo universitario e professionale, contribuendo alla competitività economica del Paese.
Ma se l’obiettivo è formare persone capaci di comprendere la complessità del mondo, comunicare con efficacia, sviluppare pensiero critico e assumere responsabilità civiche, il concetto italiano di maturità mantiene un fascino e una profondità che meritano di essere preservati.
Forse la scuola del futuro dovrebbe unire i punti di forza di entrambi i modelli.
Da una parte l’efficienza, il rigore e l’orientamento pratico dell’Abitur.
Dall’altra l’idea che l’istruzione non serva soltanto a ottenere un diploma, ma a diventare persone più mature.

In un’epoca in cui l’intelligenza artificiale può sostituire molte conoscenze tecniche, saranno proprio le qualità umane – capacità di giudizio, empatia, creatività e comunicazione – a fare la differenza.
Forse, allora, la parola maturità conserva ancora qualcosa da insegnare anche oltre i confini dell’Italia.

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