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Alunni per classe non più di 20 e scuole autonome anche con soli 400 iscritti! La proposta di legge Avs con 60mila firme arriva a Montecitorio

Entra in Parlamento la proposta di legge popolare dell’Alleanza Verdi e Sinistra di ridurre a non oltre 20 il numero di alunni per classe (18 in caso di presenza di un alunno con disabilità) e di portare a 400 (da 900) il numero minimo di iscritti ad una scuola per fargli mantenere l’autonomia scolastica: l’iniziativa – che ha raccolto in pochi mesi 60mila firme sulla piattaforma online https://verdisinistra.it/non-piu-di-20-per-classe/ sarà presentata, con una conferenza stampa di Avs, martedì prossimo 3 marzo alle ore 14.30 a Montecitorio.

Nella stessa giornata, gli organizzatori dell’iniziativa provvederanno anche alla consegna delle firme con Elisabetta Piccolotti, Nicola Fratoianni, Fiorella Zabatta, Peppino Buondonno, Angela Nava del Coordinamento Genitori Democratici, Beppe Bagni del Cidi Centro Iniziativa Democratica Insegnanti, Manuela Calza segreteria nazionale Flc Cgil”.

“Un grande risultato – ha spiegato la deputata Elisabetta Piccolotti – raggiunto grazie all’impegno di docenti, studenti e genitori che scuola per scuola, con banchetti, volantinaggi, passaparola sui social hanno coinvolto tante persone che hanno a cuore la scuola pubblica e il futuro dei nostri ragazzi, che vogliono difendere i piccoli centro dal ridimensionamento scolastico, che vogliono garantire condizioni migliori al lavoro prezioso degli insegnanti del nostro Paese”.

E i prossimi, ha concluso l’esponente Avs, saranno anche “gli ultimi giorni per la raccolta delle adesioni alla proposta di legge di iniziativa popolare ‘Non più di 20 per classe – facciamo spazio ad un’istruzione di qualità’.

Il testo della proposta di legge popolare

Nella proposta di legge, si chiede di formare classi “con un numero di studenti non inferiore a 14 e non superiore a 20, riducendo questa soglia a 18 nel caso della presenza di uno studente con disabilità e a 15 nel caso in cui gli studenti con disabilità siano più di uno“.

Proponiamo anche la riduzione da 900 a 400 del numero minimo di alunni iscritti in un istituto scolastico autonomo per l’assegnazione di dirigenti scolastici con incarico a tempo indeterminato e di direttori dei servizi generali e amministrativi, prevedendo un’ulteriore riduzione a 200 alunni per le istituzioni situate nelle piccole isole, nei comuni montani e nelle aree geografiche caratterizzate da specificità linguistiche.

Nella proposta si spiega che “mentre il Governo Meloni continua ad aumentare le risorse per la scuola privata (arrivate a 750 milioni nel 2025), alla scuola pubblica toccano solo tagli e provvedimenti ideologici. Il ministro Valditara riduce gli organici giustificandosi con i dati demografici: per la prima volta da cinque anni a questa parte il numero dei docenti della scuola italiana previsti negli organici comuni e di potenziamento per l’anno scolastico 2025/2026 si è ridotto di 5.660 unità e, da settembre 2026, anche il numero dei collaboratori scolastici si è ridotto di 2.147 unità”.

“Al contrario – si legge ancora nella proposta di Avs – , i dati demografici potrebbero finalmente rendere sostenibile la riduzione del numero di studenti per classe, permettendo di consegnare definitivamente al passato il problema del sovraffollamento, creato dai provvedimenti del Governo Berlusconi nel 2008, quando la spesa per l’istruzione fu ridotta di circa 3 miliardi, tagliando circa 130.000 unità di personale tra docenti e personale ATA”.

E ancora: “in molte scuole del Paese il problema è ancora oggi di assoluta attualità: molti docenti sono costretti a insegnare in classi sovraffollate e spesso, in violazione delle norme, con la presenza di un numero troppo alto di studenti con disabilità. In questo modo si verifica di fatto una riduzione della qualità dell’insegnamento, che viene costretto alla mera lezione frontale; si penalizzano gli alunni con maggiori difficoltà o provenienti da contesti di povertà educativa e si rende impossibile l’attenzione ai bisogni educativi di ognuno e ognuna, rinunciando all’inclusione degli alunni con disabilità e trasformando intere classi in ghetti o in spazi invivibili”.

A questo si aggiungono le difficoltà create dal nuovo dimensionamento scolastico, che ha prodotto l’accorpamento di molti plessi e una distanza sempre più marcata del dirigente scolastico dalle scuole e dai loro problemi quotidiani.

Qualche settimana fa, il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha emblematicamente dichiarato, durante un evento organizzato da The European House Ambrosetti, che  “il numero degli alunni per classe non fa la differenza” sugli apprendimenti degli stessi allievi: “studi dell’Invalsi ci confermano che quando il rapporto docenti-studenti è troppo basso il rendimento non migliora, anzi peggiora”, ha sottolineato il titolare del Mim.

Ma anche il suo predecessore, l’ex ministro Patrizio Bianchi (di area politica decisamente più a sinistra), aveva detto più volte durante il suo mandato che di fatto le classi pollaio su cui c’è tanto allarmismo risultato delle eccezioni, perché “oggi le classi in Italia in media hanno meno di 20 alunni”, quindi “la vera emergenza, da qui a due anni, non saranno più le classi pollaio ma il fatto che non riusciremo a fare le prime”.

Ad oggi, quindi, i parametri nazionali, salvo deroghe, per la formazione delle classi rimangono quelli innalzati con le norme introdotte dell’ultimo Governo Berlusconi, con Mariastella Gelmini ministra dell’Istruzione, in particolare della Legge 133 del 2008: le prime classi della scuola superiore, ad esempio, in mancanza di alunni con disabilità devo essere composte da almeno 27 iscritti.

Sempre in quell’occasione, La Tecnica della Scuola aveva evidenziato che quella dell’Invalsi è stata una conclusione che tuttavia avrebbe potuto anche “non essere collegata direttamente alla presenza minore di discenti iscritti in classe, ma alla provenienza socio-economica degli alunni e alla collocazione delle scuole in territori particolari: spesso, infatti, le classi meno numerose sono quelle concesse, in deroga, perché allestite in zone montane, piccole isole o con disagi di vario genere, che comportano anche minori chance di crescita per i cittadini residenti e quindi pure per i giovani che poi frequentano le scuole”.

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