Home I lettori ci scrivono Che ne penso della politica …

Che ne penso della politica …

CONDIVIDI

Se, in questa opprimente campagna elettorale basata sulla demonizzazione dell’avversario, mi chiedessero cosa penso della politica, risponderei che è cosa non solo buona. Ma eccelsa, sublime. La politica, infatti, rappresenta la realizzazione massima della progettualità di un popolo, a livello sociale. Costituisce l’ambizione, quasi religiosa, di riuscire a conseguire stili di vita sempre più evoluti. E aggiungerei che la politica, prima ancora di essere un meccanismo difensivo (tenere a freno le pulsioni individualistiche e distruttive dei singoli e delle parti), è creatività pura, ideale.

Per me, questa è la politica. Politeia, arte di costruire la polis, la città. Insieme. Nel dibattito democratico. Elaborando norme vincolanti per tutti. Aspirando al modo migliore di “vivere bene” (Aristotele). E non scontro, selvaggio, fra le parti, in nome di “idee chiuse” ed interessi particolari.

Icotea

Io ammiro quanti si dedicano a questa nobile arte, necessariamente guidati da una specifica visione del mondo. Così come detesto quanti trasformano la politica nella promozione di una sola parte sociale, nell’arte della conquista del potere “sibi et suis” (per se stessi e per i suoi), fino alla demolizione diffamatoria dell’avversario. E vorrei, con tutta l’anima, che i politici imparassero ad ascoltare, memori dell’assioma che lo spirito del discutere consiste non nel rovesciare la posizione dell’altro ma nel completarla, nel criticarla costruttivamente, partendo dal positivo.

Farò un esempio. Il problema dell’emigrazione, esploso con virulenza dopo i fatti di Macerata. Esso può essere ricondotto a due grandi visioni relative alla persona. Quella dell’uomo ideale e quella dell’uomo storico. Ambedue appartenenti alla nostra cultura, occidentale ed italiana.

Iniziamo dall’uomo ideale. La persona, intesa come universalità spirituale e razionale, sempre uguale in ogni latitudine. Si tratta, forse, della più grande eredità culturale dell’antichità classico-cristiana: “Qualunque sia la definizione di uomo, essa è uguale per tutti”, scrive il pagano Cicerone. “Una persona è un universo di natura spirituale, un tutto indipendente di fronte al mondo”, scrive il cristiano Jacques Maritain. Quando pensiamo che tutti gli uomini sono uguali, per la ragione e per l’anima, la mente s’illumina, il cuore si scalda. Ci sembra di volare nell’azzurro del più nobile pensiero. E quando applichiamo tale concetto all’oggi, viene fuori che l’africano che approda nella penisola è un altro me stesso, una soggettività unica e compiuta. Che la sua cultura, in quanto umana, è profondamente significativa, degna del massimo rispetto. E’ noto, inoltre che questa idea, propria dei grandi filosofi greci, raccolta dal Cristianesimo e poi dall’Illuminismo, è chiaramente radicata nella visione della nostra Sinistra moderata. E le fa onore.

E veniamo all’uomo storico. Il pensiero occidentale non è rimasto cristallizzato all’idea dell’universalità astratta della persona. Ha, in seguito, incarnato tale concetto, col Romanticismo e l’Idealismo, nella concretezza di una storia, di una cultura, di una nazione. Ecco allora il dilemma: Persona come idea o Persona come storia? Rispondo: Persona come idea e Persona come storia.

Attenzione, però, a non confondere l’idea con le sue degenerazioni. E le idee, anche le più perfette, subiscono sempre una degenerazione. Così, l’idea di persona come universalità concettuale, può scadere in un’astratta esaltazione dell’uomo, in uno spiritualismo privo di investimenti storici. Così, come l’idea di persona-nazione o persona-classe sociale, può decadere o in celebrazione di una razza e in avversione verso la cultura altra. Oppure, degenerare in esaltazione di un solo tipo di popolo, quello operaio, in collettivismo violento, in odio di classe, gulag, lager …

Lo confesso. Io mi esalto quando penso che tutti gli uomini sono uguali (la persona come idea) e che posso riconoscermi in ogni persona che incontro, in quanto è l’uomo il vero universo. Così, come mi esalto quando penso di far parte di un popolo, quello italiano, con la sua cultura, la sua lingua, il suo tipico territorio, la religione cattolica, il superiore approccio formale del diritto romano, il senso del bello, il binomio città- territorio, elemento caratteristico della nostra storia …

E’ vero. Percepire l’appartenenza ad una nazione, è diverso che accogliere il concetto astratto di persona, ma compatibile. I valori, quando hanno l’uomo come denominatore, non si oppongono ma si integrano. La persona è idea, luminosa, costruttiva. La nazione è fatto, cultura, tradizione, modo di pensare e di essere. E questo, miei cari, non è fascismo, non l’ha inventato la Meloni o Salvini, scaturisce da millenni di storia. Ed io non ci voglio rinunciare, così come non voglio rinunciare ad un valore basilare, qual è la dignità della persona.

Allora, accogliamo pure chi non è italiano, senza rinunciare ad essere italiani. Evitiamo di gonfiare i muscoli dell’identità nazionale, ma sforzandoci, attraverso la cultura, di diventare più consapevoli di tale identità. Facciamo entrare gli stranieri, in modo razionale e pianificato, integrandoli e promuovendone la dignità. Possiamo certamente occuparci dei loro bisogni, senza abbandonare a se stessi gli strati più bisognosi della nostra gente. Inoltre, impediamo che questi fratelli africani si riducano a questuanti subumani agli angoli delle piazze … trasformando i nostri centri storici in ambienti pauperistici da terzo mondo. Non è questa l’accoglienza degna di una civiltà antica come la nostra, ammirata da tutto il mondo.

E proviamo, una volta tanto, a conciliare queste due grandi idee: la dignità di ogni uomo ed il sentimento di appartenenza ad un popolo e ad una storia. Senza pensare che la prima cosa sia buona, intelligente, di sinistra (perché, l’universalità umana è, innanzitutto, idea greca, cristiana ed illuminista). E senza pensare che la seconda cosa sia becera, di destra, o fascista, perché non è così: fa parte della nostra identità, del nostro bisogno strutturale di rifarci sempre ad una grandezza antica: romanità, comuni, Rinascimento.

E voi, politici, di qualunque parte, promuovete la capacità di volare con due ali.

Luciano Verdone