“Ogni vecchio che muore è una biblioteca che brucia”, così uno storico del Mali commentava la scomparsa dei più anziani, ben sapendo che tutto il patrimonio di conoscenze che quel pezzo di umanità custodiva, come memoria orale, sarebbe andato distrutto per sempre.
Ai nostri giorni, e in una società “Senza padre”, come il sociologo definì il passaggio dalla cultura contadina a quella industriale, l’antica sapienza dei vecchi è sempre più negletta e trascurata. Chi sapeva infatti meglio del patriarca quando era tempo di mietere e seminare, quando di uscire con le barche e quando di coprire i covoni per l’imminenza della pioggia? Questo, nel tempo in cui il mestiere del padre era eredito dal figlio, come il terreno o le reti o la pialla ma anche la tela e il pennello, insieme con la bottega artigiana e i saperi accumulati negli anni.
Con la svolta dell’economia, i vecchi sono diventati pesi, fardelli della cui sapienza l’erede non sa che farsene, impegnato in altri lavori, proteso verso altre conoscenze e altri ingegni rintracciati, non già più sulle parole calde dell’avo, ma in luoghi distanti da quella “casa del nespolo” dove tutta la famiglia trovava la sua unità, la sua radice, il suo essere essenza della terra.
Non c’è nostalgia in questo, c’è solo la consapevolezza che nel volgere di appena tre quarti di secolo, all’incirca dalla fine delle Seconda guerra mondiale, in gran parte della Sicilia si è passati dal Medioevo all’Età contemporanea, in un baleno, mentre faceva l’ingresso il bombardamento consumistico e la ricerca di nuovi lavori, nuove professionalità, competenze diverse e la scuola di massa sostituiva l’istruzione del patriarca al quale, prima, mai si cessava di tributare una sorta di devota riverenza, perfino dopo la sua scomparsa, perché da lui i nipoti attendavano le “cose”, frutti della terra per lo più, nella ricorrenza dei morti.
E partendo proprio da queste considerazioni, unite al baluginio crepuscolare degli anziani, che Marinella Fiume, propugnatrice e divulgatrice di cultura, ha pensato bene di raccogliere e curare un agile libro, edito da Algra, “La memoria dei nonni”.
Che è libro di racconti, narrati da un manipolo di scrittori i quali, sul filo dei ricordi, hanno riportato alla luce, evocandoli quasi come da una catena medianica, le loro personale esperienza col nonno o la nonna. C’era una volta, ma, per tanti dei trentasette narratori, c’è ancora, sempre utile magari per prendere i figli a scuola o accudirli durante l’assenza dei genitori, il “papàgrande”, la “mammagrande”.
E di loro vengono narrate le gesta, le mitologie, gli aneddoti, le saggezze, richiamando nello stesso tempo la nobile tradizioni dei “cunti”, quei rintocchi di parole in cui l’immaginazione si insinua inevitabile, talvolta, tra i campanili dei ricordi.
Ma è anche “un piccolo commosso omaggio a più voci”, come scrive Fiume nella presentazione, a coloro che ci amarono, come recita il poeta, “perché nacque da loro la nostra vita”.
Un ritorno nella casa “di nostra gente” che diventa “rifugio” e luogo caldo dentro cui affondano le radici e pezzi di storia familiare. E al suo interno si riaccende, per il breve respiro di un racconto, l’antico “colloquio”, talvolta troppo in fretta interrotto, con gli antenati.
Enea, fuggendo dalla città in fiamme, portò con sé il padre, che però non scordò i Lari, perché lui ne era il custode, e che, alla sua scomparsa, avrebbe consegnato al figlio. E questa pubblicazione è per certi versi una sorta di teca dentro cui sono custodite le memorie di tutti i nonni, e non solo quelle degli autori. Memorie che, se non andranno più smarrite, continueranno a vivere attraverso questi scritti, affinché quella biblioteca, rappresentata dai loro trascorsi, possa continuare a essere consultata.
