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Niente genitori-chioccia e poca fuffa: benvenuti alla scuola serale

Mentre il ministero dell’Istruzione di turno sforna a getto continuo l’ennesima circolare infarcita di inglesismi d’ordinanza – dal “tutoring” alle “life skills”, fino alla solita zuppa sul “digitale integrato” per rinnovare un sistema che ormai sta come d’autunno sugli alberi le foglie – c’è un pezzo di Italia vera che ogni sera si accende lontano dalle luci – fulminate – in Viale Trastevere 76 (n.d.r sede del MIM). È la scuola serale. Quella delle aule illuminate quando le città rallentano, dove il tempo non è scandito dalla stanchezza della ricreazione, ma dal ritmo di una giornata di lavoro che per molti non è ancora finita.

L’estinzione del genitore-chioccia

Chiunque frequenti una sala professori di una scuola diurna conosce bene il piacere par excellence dei docenti del nostro tempo: i colloqui con i genitori chioccia. Quel tribunale feriale permanente in cui padri e madri iperprotettivi si presentano al cospetto del docente, pronti a sindacare sul 5.5 in matematica dell’amato pargolo per tutelarne la psiche afflitta dalla dose giornaliera – dalle 3 ore in su – di TikTok. Gli anglofoni, da sempre più incisivi di noi, definiscono questa etnia genitoriale ‘Helicopter Parents’. Mai locuzione fu più efficace.

Alla serale questo teatrino evapora per incanto. Le chat su Whatsapp dei genitori dei vari Robertino non esistono, i reclami con l’avvocato al seguito neppure. Gli studenti sono adulti: hanno venti, trenta, cinquant’anni. Se prendono un brutto voto non cercano il cavillo o il complotto del professore: incassano, prendono appunti e chiedono come recuperare al prossimo turno. Rispondono delle proprie azioni e delle proprie scelte. E, attenzione attenzione per i deboli di cuore, si corre sul serio il rischio di fare lezione senza interruzioni e condizionamenti esterni. La folie.

La favola del «diplomificio» (e la fine della fuffa)

Sia chiaro: tra i soloni con la cravatta stonata e i commentatori da bar circola da sempre una comoda leggenda metropolitana sulla serale, dipinta come un cupo sottobosco per bocciati o, peggio, un “diplomificio” compiacente dove i voti si regalano al buio per pietà cristiana. Falso.

Alla serale, semplicemente, non c’è spazio per il superfluo. Se nella scuola ordinaria decenni di riforme sconclusionate hanno soffocato la didattica sotto una montagnola di “progettifici”, alla serale questo barocco ministeriale si scioglie come neve al sole. Nessuno ha tempo da perdere in bizantinismi pedagogici. C’è quello che serve: le UDA, un patto educativo chiaro e la pretesa – quella sì, altamente eversiva – di imparare davvero. E la storia del “voto facile” è la prima ad essere cestinata: regalare un sei politico a chi si fa venti chilometri di autobus dopo otto ore di cantiere non sarebbe un atto di generosità, ma l’insulto definitivo alla sua dignità. Il paradosso è illuminante: la serale funziona proprio perché non ha tempo di far finta.

L’antidoto al burnout da burocrazia

Ecco perché, per un insegnante, la scuola serale rappresenta forse l’ultimo antidoto al burnout. Restituisce il senso originario di un mestiere che le riforme-lampo hanno tentato in ogni modo di trasformare in una compilazione compulsiva di griglie, progetti fuffa e slide motivazionali.

Alla serale non c’è tempo per la retorica ministeriale sul “merito” da sventolare nelle conferenze stampa. C’è invece una scuola pubblica fatta sul serio, senza effetti speciali, che brilla d’una luce antica ma avanguardista, e soprattutto, mai fulminata.

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