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Nietzsche, fra Zarathustra e Faust, fra l’Oltreuomo e l’Eterno ritorno

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Fra gli aspetti più controversi e dibattuti dell’intera opera di Nietzsche, viene quasi sempre rilevata la scelta del filosofo di scrivere lo Zarathustra in forma poetica. Non era mai successo infatti che per fare fi­losofia (e quale filosofia è quella di Nietzsche!) ve­nisse usato un genere letterario che appartiene alla sfera dell’arte, e da adottarlo con tanta convinzione da indurre lo stesso autore ad affermare la sua supe­riorità, “nel vigore e nella virilità della lingua”, nei confronti dello stesso Goethe.

Suleika, la moglie di Putifarre, dal Divano Occidentale Orientale

Tuttavia proprio questo richiamo all’autore del Faust, il continuo rifarsi alle sue opere, riecheggiandone an­che il titolo di un ditirambo, “Suleika”, nell’estremo periodo della pazzia, spinge a riflettere, sia in riferimento a quella scelta e sia in ri­ferimento alla teorizzazione dell'”Oltreuomo” (e non superuomo, nell’accezione della preposizione tedesca “Über”: al di sopra, oltre).

La riflessione parte da un passo dell’ECCE HOMO, in cui Nietzsche afferma che il poeta è colui che crea la verità, riferendosi al vate della poesia greca, all’aedo, protetto dalla cetra dalle sette corde di Apollo il quale a sua volta la usa indifferentemente per dare gioia e per uccidere. Ci dice infatti Pietro Citati che “la cetra che dà gioia è lo stesso strumento che dà la morte. Come l’arco la cetra è ricurva e come l’arco la cetra ha le corde. Il poeta era un arciere, la sua canzone una freccia; e la corda dell’arco vi­brava come le corde della cetra. Ma portava in sé un dono più terribile: la morte”.

L’arco di Apollo e la cetra di Dionisio

Bene! La scelta poetica di Nietzsche nello Zarathustra ha forse questa doppia connotazione: di dare gioia e di uccidere, di incantare e di costringere a pensare, di conoscere il vero e di annichilire. 

Poetare e filoso­fare non apparirebbero più dunque, nella concezione nicciana, polarità diverse, mondi separati, biparti­zioni “romantiche” della comprensione dell’uomo, ma unità per la sua comprensione.

D’altra parte chi meglio di lui conosceva le sotti­gliezze che celavano i miti classici? E chi più di lui disprezzava il conformismo e le sicure classificazioni borghesi, nonché la suddivisione, anch’essa borghese, fra le scienze umane? 

Inoltre ogni grande poeta ha una sua “Weltanschauung” e una sua filosofia, per cui forse in Nietzsche sarebbe più opportuno indagare maggior­mente l’artista che il filosofo, l’uomo che ha fede più nell’azione del suo Oltreuomo che nel suo “verbo” e la sua “parola”, quella che Mefistofele vuole scritta col sangue per comprare l’anima di Faust. In principio dun­que, come per Goethe anche per Nietzsche, non era il verbo ma l’azione.

E partendo proprio da questa altra considerazione, ci sembra che Zarathustra sia molto più vicino a Faust che all’Oltreuomo tramandato dalla filosofia, in dissidio aperto con le “sovrastrutture” metafisiche. 

Nichilismo consapevole di Faust

Infatti è Faust che si getta nella mischia della vita per ritrovarne l’essenza e il significato, fino ad an­dare all’estrema rovina, all’inferno, verso un nichili­smo consapevole, ma che gli consente tuttavia la sa­pienza! 

E prima di firmare il patto col diavolo abiura la Pazienza, che è l’accettazione della volontà di Dio, per accettare l’azione, per accettare di rompere i le­gami col passato e col cristianesimo, ma per accettare pure di rinasce trasfigurato, “Übermensch”, in un altro mondo, quello di Auerbach e della Valpurga classica.

E chi più di Zarathustra ha predicato la “morte di Dio”, abiurando la Sua volontà, per consentire all’uomo del passato una nuova rinascita?

Se Faust ha distrutto il vecchio mondo nel suo petto di Titano, attorno a lui altri mondi Mefistofele gli crea, con la complicità della stessa arte di Goethe, così come era forse nelle intenzioni di Nietzsche: creare un mondo in cui l’Oltreuomo, con la sua complicità arti­stica, fosse un novello demiurgo, creatore di valori nuovi in cui l’abbattere il passato desse l’avvio alla rigenerazione e all’Eterno ritorno.

L’Eterno ritorno: dal cammello, al leone al fanciullo

Un Eterno ritorno che Nietzsche non ha mai spiegato a fondo, ma che è stato il punto nodale dell’intero Zarathustra e il momento della sua più alta e intensa poesia. 

Pensiamo quindi che se Faust cavalca il tempo in groppa a Mefistofele, Zarathustra invece lo percepisce sola­mente nelle “visioni” e nella “convalescenza”; e se alla fine del poema l’Oltreuomo goethiano salva la sua anima, e con essa la certezza della rinascita biblica, Zarathustra non ha altra più coerente scelta di conti­nuare a rinnegarsi come Oltreuomo per potere rinascere “fanciullo”, assolutamente “puro”, assolutamente “amorale”, assolutamente libero.

Il quia dantesco

In quest’ottica Nietzsche supera la paura del “Quia” dantesco che è stato fatto proprio alla fine anche da Goethe, il quale non spinge “oltre” ogni estremo limite il suo Faust, ma lo affida al perdono di Dio. 

Zarathustra invece affida solo all’uomo la sua stessa salvezza e alla sua capacità creative il suo essere im­mortale, il suo ritornare eternamente tramite la sua “ardente volontà di potenza” che è potere nel futuro, potere della terra che dà la vita.

Se non si legge infatti la “volontà di potenza” come volontà di “potere” (che è dei deboli e di chi accetta le norme sociali), ma volontà di spingersi nella crea­zione del futuro, l’Oltreuomo potrà recuperare il pas­sato rigenerandolo dalla sua stessa distruzione.