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Noi speriamo che ce la caviamo

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Ho appena letto l’intervista del Presidente Nazionale dei Presidi, pur non ancora potuto visualizzare la trasmissione sul tema della scuola, su Rai 3. E ho appena letto la circolare inviatami dalla mia DS in merito alla didattica a distanza. E tutto ciò con su lo sfondo del CODIV-19.

Lasciando al tempo che trova le parole del Presidente Nazionale dei Presidi, con tutto rispetto, e al quale molto si potrebbe dire e denunciare, essendo comunque una Figura di parte, il mio pensiero o riflessione che qui presento nasce da un interrogativo che mi è sorto spontaneo. Mi chiedo se ci sarebbe dovuto essere un virus per rendere nudo il RE.

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Tutto ciò che non è mai emerso o è emerso in modo silente, diviene dato di fatto in questi giorni. Soprattutto la forza politica e decisionale del Popolo della Scuola: basta vedere le difficoltà che la stessa Politica ha subito evidenziato apprestandosi a trovare una possibile equa soluzione: mi riferisco al problema dei figli a casa con i genitori che devono andare a lavorare. E per cui, la forza politica di cui parlavo sopra, è quella data o se si vuole chiamata DISAGIO (sociale).

Un DISAGIO che potrebbe, se si prende reale consapevolezza unitamente alla questione del coraggio, essere la carta vincente per dare voce e autorità e valore e anche e soprattutto dato di fatto a quelle che sono le tante rimostranze che il mondo Politico conosce ma con indifferenza prosegue nella sua linee di stupidità ignoranza e arroganza politica (mi riferisco alla linea del reclutamento dei futuri docenti e al misero riconoscimento economico, e non soltanto). Un DISAGIO che può (e come), consentire quel riconoscimento sociale che da tempo ci è stato, sul piano etico e non soltanto, violentemente defraudato sul quale ancora permane quel vecchio sentire del docente che lavora solo 18 ore e poi ha 3 mesi di vacanza.

Guarda caso però oggi questo popolo viene subito chiamato all’attenzione, non credo comunque, per il suo ruolo fondativo posto in essere, ma solo perché diversamente i figli-studenti non attuerebbero quelle tre parole guida della filosofia che sta alla base della direzione politica scolastica: conoscenza apprendimento competenza. Che in altre parole possiamo anche tradurre come un “dove [i nostri figli] li mandiamo e come facciamo a gestirli?”. E la Scuola diviene così l’ ”asilo” dei ragazzi.  E questo non è una restituzione al valore DOCENTE, ma semplicemente la consapevolezza dell’utilità necessaria quale immediata risposta alle esigenze del quotidiano delle famiglie che trovano in questa figura e il luogo ove essa si espera la soluzione ai loro problemi: crescita educazione formazione.

E ciò è cosi vero che subito la formula della didattica a distanza quasi sembrerebbe non tanto l’arteficio a sostituire il vuoto didattico, facendola passare come  fosse proprio questa la nuova frontiera dell’insegnamento, presentando la stessa dunque quale modalità innovativa, coinvolgente e addirittura maggiormente efficace rispetto a quella in presenza. Nascondendo in vero, credo, che ciò fosse un diplomatico modo di obbligare i docenti ad essere comunque presenti perché forse velata è la convinzione che questo tempo di sospensione didattica potesse tradursi in una vacanza per gli insegnanti: triste se così fosse: e forse lo è se anche a sootolinearlo è la Segretaria nazionale di un forte Sindacato della Scuola (snals), E. Serafini: “[…] le famiglie sono insorte, chiedendosi chi avrebbe badato ai loro figli, la politica ha sollecitato provvedimenti a sostegno delle famiglie per le spese di babysitting o per favorire l’assenza dal lavoro del genitore costretto ad occuparsi dei minori, mentre le organizzazioni sindacali hanno giustamente posto in evidenza la necessità di garantire la sicurezza dei lavoratori e le pari opportunità per tutti gli studenti e i social hanno registrato interventi a cascata, recanti offese, battute sarcastiche e tanto altro sui docenti “in ferie ()…]”.

E così, un virus che mette a nudo il suo RE, sembrerebbe non essere bastevole poiché il RE ha già risolto la sua nudità rivestendosi ancora una volta di abiti necessari a coprire le sue vergogne.

Del resto, in una Nazione, qui intesa quale Presidenza del Consiglio Dei Ministri, nella figura del Presidente Conte, che trema al solo pensiero che le aree del Sud della nostra Italia, potessero essere o divenire zone rosse come la Lombardia, denunciando l’inefficienza del sistema sociale in toto, soprattutto sul piano Sanitario, perché da sempre consapevole dell’abbandono e dunque della povertà del e dei sistemi, la provocazione data dalla didattica a distanza ancora una volta sembra fare emergere la assenza di quella volontà che dovrebbe andare oltre la semplice consapevolezza delle realtà delle aree più abbandonate, in quanto denuncia appunto non soltanto la verità della difficoltà sul piano degli strumenti tecnologici didattici, ma soprattutto la reale difficoltà a far sì che possa tale modalità di interazione di studio consentire di fatto la continuità didattica quale già appena presenza in risposta degli studenti quali interlocutori: già è moltissimo se riusciamo nel concreto, inteso quale presenza fisica, operare una consegna delle tre succitate parole guida del essere ed esistere della Scuola, figuriamoci se la marea dei nostri ragazzi li ritroviamo in linea sulle piattaforme poste dal MIUR.

Come qualcuno ha recentemente affermato, la scuola non può e non dev’essere il luogo delle sperequazioni sociali, ciò la porterebbe a tradire la sua ragion d’essere e la sua mission, che consistono nell’offrire a tutti pari opportunità, e per questo la vera didattica continua ad essere quella della diretta interlocuzione docenti-studenti nel luogo del suo essere e farsi: la Classe, o appunto la Scuola.

Comunque sia, come per ogni evento della vita, spesso in questioni di amore o affettività, ci accorgiamo di quanto sia fondamentale qualcosa, quando ciò che davamo per scontato sentiamo di essere sul punto di perderla.

Magari, questa esperienza del CODIV-19 e quanto ci obbliga come conseguenza, in specie per noi addetti ai lavori, quest’assenza forzata potrà far nascere una nuova consapevolezza, quel potere-diritto a essere Voce nei Luoghi dove permane il silenzio, sollecitazione e riconsiderazione culturale intesa quale pensiero, modo di intendere e vedere la cosa, e riconoscimento che non è acquisizione di potere, ma di valore umano e sociale, unitamente a tutte le forze atte alla evoluzione umana.

Resto certo preoccupato dinanzi allo scenario del reale del nostro feriale: un Virus che, come da sempre nei film che hanno per tema queste situazioni, dichiara non soltanto le povertà e la stupidità della presunzione umana, la verità della debolezza dell’Uomo, malgrado il suo continuo muoversi nello spazio della conoscenza scientifica, ma che rimprovera allo stesso UOMO che la sua reale natura si fonda non nella costruzione di egoismi economici, politici, che usiamo riconoscere poi come globalizzazione, nella sempre presente radicata convinzione individualistica e spesso razzista, ma negli equilibri sociali ed etici.

La nostra divinizzazione non significa essere DIO, ma semplicemente consapevolezza di quelle potenzialità che hanno consentito al genere umano le tante conquiste scientifiche morali sociali ed economiche facendo del luogo del mondo il luogo dell’Umanità.

Non è la “fine italie” del Guicciardini nel 500, e non è l’Apocalisse. Soltanto forse la Natura che come madre ci chiede di
ri-interrogarci circa il nostro operato, indirizzandoci a riprendere il cammino dell’essenza umana: quella del rispetto della dignità di tutti gli uomini che sono e restano uguali, e che ogni sfruttamento del luogo naturale e sociale comporta come risultato non soltanto l’imbestialimento dell’Uomo ma la sua stessa distruzione. Siamo homus sociali, siamo una grande tribù. Siamo la Comunità Umana: siamo la TERRA.

Coraggio, c’è tutta una storia che deve essere ancora scritta e raccontata poi ai nostri bambini, ragazzi, adolescenti, adulti di Domani.

E noi speriamo che ce la caviamo.

 

Mario Santoro