Differenziare la didattica senza dividere le classi. È il cuore del progetto che Indire porta avanti con le reti di Avanguardie educative e Senza Zaino, raccontato a Didacta Abruzzo ai microfoni della Tecnica della Scuola, a Lanciano, da Elisabetta Cigognini, ricercatrice dell’istituto.
Il punto di partenza è una domanda: “Chi è lo studente medio presente nelle vostre classi? Ecco, nessuno”. Una didattica “a taglia unica”, spiega Cigognini, non considera “i tempi di apprendimento e i punti di partenza” di ragazzi che arrivano in classe con “talenti, diversi bisogni, partenze, culture di provenienza”. Il rischio è chiaro: “Se proponiamo una didattica uniforme, non facciamo altro che trasformare le differenze di partenza in disuguaglianze d’arrivo”. Il riferimento è alla scuola di Barbiana: “Niente è più ingiusto che fare parti uguali fra disuguali”, ricorda la ricercatrice, richiamando il celebre concetto di don Milani.
A sostegno della tesi Cigognini cita i dati PISA, che “ci ricordano quanto la media ci nasconda le differenze vere”. Nei risultati dell’Italia, sottolinea, il dato medio copre la quota di studenti con risultati molto bassi, i cosiddetti low performer, che al centro-nord arriva al 16% e al sud sale fino a oltre il 30%. Le differenze emergono anche dopo le medie: superano le competenze di base “oltre il 91%” degli studenti dei licei, contro “soltanto il 40%” negli istituti professionali. È su questo terreno, afferma, che la differenziazione didattica lavora, “sulla costruzione di possibilità”.
Sul metodo Cigognini è netta: “Le classi differenziate sono un elemento superato già dagli anni Settanta”. Nella differenziazione didattica, spiega, “il compagno e il pari sono risorse”, e non si interviene sulle persone ma su tre leve: “i contenuti, i processi e i prodotti degli apprendimenti”. Sono, aggiunge, “le modalità attraverso cui la competenza pedagogica e valutativa del docente può articolare un processo di differenziazione”. Si esclude anche l’idea di personalizzazione che guarda solo al percorso del singolo: contano “l’interrelazione con le risorse e i compagni” e una visione che considera “il singolo e il soggetto”.
Tra i costrutti che sostengono questo approccio, Cigognini indica anzitutto “il senso dell’autoefficacia”, cioè sentirsi capaci in un percorso di apprendimento con “una sfida sfidante”, ma “sostenibile” e “intrigante”. Poi c’è la valutazione formativa, fatta di autovalutazione e valutazione tra pari, con feedback “formativi, descrittivi e mai giudicanti”. La domanda guida per il docente, riprende la ricercatrice da una studiosa del settore, è: qual è il punto di partenza di questo studente e cosa posso fare per costruire “un percorso sfidante e motivante”.
Per i team di docenti, la differenziazione richiede di “mettersi in rete” con le scuole delle reti di innovazione, di Avanguardie educative e di Senza Zaino, che hanno “una cultura e un’esperienza consolidata” su questi temi. La scuola va letta, spiega, attraverso “il concetto ecologico dell’educazione e dell’interdipendenza”. Competenza pedagogica, progettazione, valutazione, curriculum, rapporti con le famiglie e con il territorio sono tutti elementi che si sostengono a vicenda. Vale anche per l’inclusione, che richiama il principio del design for all, preso in prestito “dall’architettura”: va “pensata dall’inizio della progettazione e non appiccicata successivamente”.