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Aggiornato il 04.09.2025
alle 15:29

“Non ho voglia di tornare a scuola”, l’allarme dell’esperta: non è apatia ma disagio reale

Il fatto che dopo l’estate gli studenti non abbiano voglia di tornare in classe di certo non è una novità. In qualche caso, però, questo atteggiamento potrebbe nascondere un disagio più serio. A scriverlo sul Corriere della Sera è Romana Caruso, psichiatra e psicoterapeuta, secondo cui “il ‘non ho voglia’, così frequentemente utilizzato da bambini e ragazzi, nasconde spesso significati per cui è obbligatorio mettersi in gioco”.

Il rischio, spiega l’esperta, è quello di sottovalutare un malessere reale, che potrebbe avere delle conseguenze. E di diffondere un luogo comune per il quale i ragazzi – semplicemente – non avrebbero voglia di studiare. “Una trappola per molti adulti, almeno quelli accecati dalla concretezza e dalla necessità di risolvere in quattro e quattr’otto problemi da affrontare con la sacrosanta pazienza di cui necessita ogni genere di educazione”.

Il paradossale “è intelligente, ma non si applica”

Il problema della “voglia”, precisa la psicoterapeuta, riguarda tutti gli studenti. A partire da quelli con particolari fragilità, come delle difficoltà di apprendimento. Ma c’è anche chi non riesce a mettere a frutto i propri mezzi. “La situazione stride: intelligente e dotato, ma che non si applica. Fa tutto all’ultimo, quando fa, e passa ore paralizzato a una scrivania, perso dietro mezzi informatici o, nella migliore delle ipotesi, a zonzo”.

Ciò non avviene soltanto a scuola, prosegue Caruso, ma anche nello sport, negli hobby, nelle amicizie, nelle relazioni. “Niente di che per un osservatore adulto, sufficientemente sano. Ci si passa tutti i giorni davanti al proprio limite da affrontare. Ma per un ragazzino insicuro, da qualsiasi parte gli provenga l’insicurezza, non riuscire risuona come un temibile avvertimento: non ce la farai mai, non sei buono a nulla, sei tu che non vai bene“.

L’importanza di ascoltare (e di capire) gli studenti

Ad aggravare la situazione è una società che chiede sempre di più, in termini di risultati e di performance, scatenando una vera e propria ansia da prestazione. Così, spesso, la soluzione che trovano i ragazzi è quella di far finta di nulla. “Meglio nascondersi dietro al filo d’erba del ‘non ne ho voglia, non mi piace’. Il guaio è che sono pochi gli adulti che guardano dietro a quel filo. Meglio accontentarsi di sgridate, morali, apologie di ‘una volta“.

La soluzione, insomma, è quella di ascoltare l’allarme, anziché respingerlo a priori. “Attenzione a tradurlo per il meglio se nasconde qualcosa a cui è fondamentale dare ascolto per la crescita“, conclude l’esperta, “perché si indirizzi sul binario dello star bene con se stessi. Altrimenti sono gli educatori a non averne voglia: di impegnarsi nella sfida meravigliosa che è lo sviluppo. O forse si nascondono. Forse sono loro che non coltivano la propria capacità.

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