Il fatto che dopo l’estate gli studenti non abbiano voglia di tornare in classe di certo non è una novità. In qualche caso, però, questo atteggiamento potrebbe nascondere un disagio più serio. A scriverlo sul Corriere della Sera è Romana Caruso, psichiatra e psicoterapeuta, secondo cui “il ‘non ho voglia’, così frequentemente utilizzato da bambini e ragazzi, nasconde spesso significati per cui è obbligatorio mettersi in gioco”.
Il rischio, spiega l’esperta, è quello di sottovalutare un malessere reale, che potrebbe avere delle conseguenze. E di diffondere un luogo comune per il quale i ragazzi – semplicemente – non avrebbero voglia di studiare. “Una trappola per molti adulti, almeno quelli accecati dalla concretezza e dalla necessità di risolvere in quattro e quattr’otto problemi da affrontare con la sacrosanta pazienza di cui necessita ogni genere di educazione”.
Il problema della “voglia”, precisa la psicoterapeuta, riguarda tutti gli studenti. A partire da quelli con particolari fragilità, come delle difficoltà di apprendimento. Ma c’è anche chi non riesce a mettere a frutto i propri mezzi. “La situazione stride: intelligente e dotato, ma che non si applica. Fa tutto all’ultimo, quando fa, e passa ore paralizzato a una scrivania, perso dietro mezzi informatici o, nella migliore delle ipotesi, a zonzo”.
Ciò non avviene soltanto a scuola, prosegue Caruso, ma anche nello sport, negli hobby, nelle amicizie, nelle relazioni. “Niente di che per un osservatore adulto, sufficientemente sano. Ci si passa tutti i giorni davanti al proprio limite da affrontare. Ma per un ragazzino insicuro, da qualsiasi parte gli provenga l’insicurezza, non riuscire risuona come un temibile avvertimento: non ce la farai mai, non sei buono a nulla, sei tu che non vai bene“.
Ad aggravare la situazione è una società che chiede sempre di più, in termini di risultati e di performance, scatenando una vera e propria ansia da prestazione. Così, spesso, la soluzione che trovano i ragazzi è quella di far finta di nulla. “Meglio nascondersi dietro al filo d’erba del ‘non ne ho voglia, non mi piace’. Il guaio è che sono pochi gli adulti che guardano dietro a quel filo. Meglio accontentarsi di sgridate, morali, apologie di ‘una volta‘“.
La soluzione, insomma, è quella di ascoltare l’allarme, anziché respingerlo a priori. “Attenzione a tradurlo per il meglio se nasconde qualcosa a cui è fondamentale dare ascolto per la crescita“, conclude l’esperta, “perché si indirizzi sul binario dello star bene con se stessi. Altrimenti sono gli educatori a non averne voglia: di impegnarsi nella sfida meravigliosa che è lo sviluppo. O forse si nascondono. Forse sono loro che non coltivano la propria capacità.