Il nuovo esame di stato che si chiamerà “maturità”? Un ritorno indietro di decenni e una “riforma” che parte dalla fine, compresa la riduzione, da 7 a 5, del numero dei commissari (per risparmiare) e il divieto della cosiddetta “scena muta”, fra le presunte innovazioni del ministro, mentre sul tamburo della propaganda si batte il ritorno della serietà e del rigore a scuola.
Infatti, è facile punire e bocciare, chiudere piuttosto che aprire, più complicato trovare strategia per promuovere, elevare le coscienze e le conoscenze, considerato che è proprio questa la mission della scuola, la promozione dell’individuo, come cittadino e come umanità, consapevole del suo ruolo nel mondo.
E fra le punizioni c’è la bocciatura per chi “farà volontariamente scena muta”, con decisione ministeriale per rispondere al gran baccano giornalistico che si è fatto per appena sei studenti che agli esami di stato per protesta non hanno risposto all’orale, contando sui crediti accumulati.
Un fatto mai successo prima e che ha avuto luogo, due anni fa, con decisone di tre ragazze di un liceo che per contestare il voto, ritenuto ingiusto, sul compito di greco, non hanno risposto all’orale, proprio perché i crediti e il curriculum declamavano eccellenze e non quel voto basso.
La storia, si sa, spesso è fatta da sparute minoranze che danno fuoco alle polveri, anche senza volerlo e che diventano pure giustificazione per interventi straordinari, talvolta anche strumentali.
E così, dal prossimo anno, non ci saranno attenuanti, né crediti, né curriculum scolastico: bocciatura, mettendo così una toppa contro qualsiasi forma di contestazione o di disagio, per affermare d’imperio “chi comanda in questa casa”: sarà dunque obbligatorio rispondere, come del resto lo è sempre stato, agli orali.
Tuttavia, leggendo qua e là, si scopre che sono tanti gli intellettuali in disaccordo col ministro e la sua politica scolastica, quella che lui chiama “del buon senso”, da non confondere col senso comune, compreso tale procedura dei piccoli aggiustamenti, se di aggiustamenti si può parlare, senza andare al fondo del problema.
“Fare piccoli o grandi aggiustamenti all’esame di maturità, che è solo il momento finale, simbolico, di un percorso non ha molto senso, se quel percorso è rimasto lo stesso da tempo. Al contrario, è proprio il percorso che deve essere cambiato: i programmi, la maniera di insegnare e di rapportarsi con i ragazzi, il tempo scuola. Iniziando dalla testa e non dalla coda”, si legge su Vita.it.
E poi ancora: “Quando dei ragazzi esprimono un disagio motivato e lo pagano di tasca loro, uscendo con un punteggio decurtato, chi gestisce la scuola dovrebbe interrogarsi sui motivi di questa scelta, piuttosto che puntare sempre il piede sull’acceleratore delle sanzioni e dell’obbligo. La scuola non dovrebbe “manganellare” lo studente che si permette di fare una critica. La scuola dovrebbe insegnare a capirsi, a comprendere il punto di vista dell’altro”.
E già questo compito è assai più difficile, perché pretende tempo e costanza, impegno e dedizione, fatica, rispetto all’altro della bocciatura.