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Nuove tecniche per aiutare i dislessici nella lettura

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Stateofmind.it riportata una recente scoperta italiana riguardante una nuova tecnica per aiutare i dislessici nella lettura, attraverso la stimolazione cerebrale non invasiva.

In Italia la dislessia colpisce circa il 3% dei bambini in età scolare e ciò ha forti ripercussioni sulla sfera dell’apprendimento, ma anche su quella sociale e psicologica.

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I dislessici, incontrano dunque difficoltà nella decodificazione dei testi scritti, come se le lettere saltassero da una parte all’altra.

Può leggere, ma ci vuole molta concentrazione, ed è come se le lettere continuassero a saltare dappertutto

L’attenzione alla dislessia nei paesi inglesi è molta alta, in quanto l’organizzazione Dyslexia International stima che almeno il 10% della popolazione sia colpita da questa patologia.

La ricerca, presentata in questo articolo, è stata pubblicata su Restorative Neurology and Neuroscience (F. Costanzo, C. Varuzza, S. Rossi, S. Sdoia, P. Varvara, M. Oliveri, K. Giacomo, S. Vicari, D. Menghini, 2016)

Le ricerche nello specifico sono state condotte dai ricercatori del Bambino Gesù sotto la supervisione della dottoressa Deny Menghini, con bambini e adolescenti dislessici e indagando se più sessioni di stimolazione transcranica a corrente continua (tDCS) aumentino la capacità di lettura dei bambini e adolescenti dislessici e se l’effetto positivo sia di lunga durata.

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La tecnica utilizzata per il trattamento della dislessia è denominata stimolazione transcranica a corrente diretta (tDCS), non è invasiva e inoltre è già utilizzata nei trattamenti di disturbi quali la depressione e l’epilessia focale.

Nelle persone dislessiche vengono stimolati i circuiti celebrali alterati grazie al passaggio di corrente a basso voltaggio (intensità di un milliampere), che ne modifica l’attività neurale permettendo l’aumento di velocità e l’accuratezza della lettura.

In dettaglio: la stimolazione viene fornita da un dispositivo portatile che, alimentato da pile, è in grado di erogare una corrente continua e bassa.

Alla ricerca – della durata di 18 incontri – hanno partecipato 19 bambini e adolescenti dislessici di età tra i 10 e i 17 anni, i quali, casualmente, sono stati assegnati a due gruppi: uno a cui si sottoponeva il trattamento attivo e l’altro placebo (a dispositivo spento, senza che il gruppo in questione ne fosse a conoscenza). Durante la terapia di stimolazione i partecipanti dei due gruppi hanno eseguito contemporaneamente delle attività che favoriscono la correttezza e la velocità della lettura (simili a quelle utilizzate per la logopedia).

In sei settimane il gruppo sottoposto a procedura attiva ha migliorato la propria capacità del 60% passando da 0,5 a 0,8 sillabe lette al secondo.

Per i ragazzi invece sottoposti al trattamento placebo i miglioramenti non sono degni di nota (0.04 sillabe al secondo).

Gli studi recenti hanno dimostrato che la tDCS variando l’attività neurale di circuiti cerebrali alterati nelle persone dislessiche, consente un miglioramento delle attività di lettura

La tDCS non vuole sostituirsi alla logopedia tradizionale nel trattamento della dislessia, ma integrare la terapia logopedica tradizionale.

Il fondatore dell’Associazione Italiana Dislessia (AID), ha commentato come questi risultati siano importanti anche per la conferma delle loro ricerche sul fatto che alcuni dislessici presentino una bassa connettività neuronale in alcune aree della corteccia come se fosse un motore mal carburato che gira male al minimo e che non risponde quindi con la dovuta prontezza alle sollecitazioni quando c’è bisogno di accelerare. La tDCS interviene proprio su questo meccanismo inefficiente e può essere molto utile al recupero e ci tiene a sottolineare che questa, come ogni terapia, non va applicata a tutti e che vanno ancora studiati bene gli effetti a distanza.

Si tratta di uno studio preliminare i cui dati attendono di essere supportati da indagini su casistiche più ampie, ma i risultati ottenuti sono di grande importanza dal punto di vista clinico, saremo di fronte a nuove frontiere per il trattamento del DSA