“Le pagelle non dovrebbero diventare contenuti da pubblicare sui social network”. È il messaggio lanciato da Alfonso D’Ambrosio, dirigente scolastico dell’Istituto Comprensivo di Lozzo Atestino, in provincia di Padova, che nei giorni scorsi, come ha riportato Ansa, ha invitato i genitori a riflettere sull’abitudine sempre più diffusa di condividere online i risultati scolastici dei figli.
Attraverso un post pubblicato su Facebook, il preside ha sottolineato come “le pagelle non siano trofei da esibire, né strumenti per ottenere approvazione sui social”. Per rafforzare il messaggio, ha allegato una pagella fittizia generata con l’intelligenza artificiale, dimostrando quanto sia semplice attirare reazioni e commenti, anche attorno a un documento scolastico completamente inventato.
Secondo il dirigente scolastico, dietro ogni voto esistono emozioni, percorsi personali e talvolta fragilità che meritano rispetto.
“La scuola non è una gara a mostrarsi”, ha scritto, invitando gli adulti a valorizzare l’impegno dei ragazzi senza trasformarlo in una vetrina digitale.
L’appello del dirigente scolastico non riguarda soltanto la pubblicazione dei voti. Al centro del messaggio emerge una riflessione più ampia sul rapporto tra educazione, riconoscimento personale e social network.
In un’epoca in cui gran parte delle esperienze quotidiane viene condivisa online, il rischio è che anche i risultati scolastici diventino strumenti di confronto pubblico. Tuttavia, continua D’Ambrosio, il valore di uno studente non può essere ridotto a una serie di numeri riportati su un registro elettronico.
L’invito rivolto alle famiglie è quello di sostituire la ricerca dell’approvazione digitale con un riconoscimento più autentico e diretto: un complimento pronunciato in famiglia, lontano dagli schermi e dalle notifiche, può infatti avere un impatto molto più significativo sulla crescita personale di un ragazzo rispetto a decine di “like” ricevuti online.
La discussione aperta dal preside in servizio nel Padovano pone dunque una domanda sempre più attuale: fino a che punto la vita scolastica dei ragazzi dovrebbe diventare materia da condividere pubblicamente? Una questione che riguarda non soltanto la privacy, ma anche il modo in cui gli adulti accompagnano i giovani nella costruzione della propria identità, dentro e fuori dal mondo digitale.
L’intervento del preside si inserisce, tra l’altro, in un dibattito sempre più ampio sul cosiddetto sharenting, termine nato, riportato dall’unione delle parole inglesi sharing e parenting, che indica la condivisione online da parte dei genitori di immagini, informazioni e contenuti riguardanti i propri figli.
Uno studio pubblicato sull’Italian Journal of Pediatrics, ha rilevato che il 75% dei genitori intervistati pubblica contenuti riguardanti i propri figli sui social network, mentre il 98% utilizza almeno una piattaforma social. La ricerca evidenzia inoltre come molti genitori inizino a condividere fotografie dei figli già entro i primi sei mesi di vita.
Anche altri studi italiani mostrano una diffusione significativa del fenomeno. Secondo una ricerca citata dal progetto Sharenting.it, il 68% dei genitori pubblica con una certa frequenza foto dei figli sui propri profili social e il 30% le condivide anche in gruppi o spazi online meno controllati rispetto alle pagine personali. La stessa indagine stima che un bambino possa comparire in circa mille immagini condivise online dai genitori prima dei cinque anni di età.
Gli esperti sottolineano come la pubblicazione di contenuti riguardanti i minori non sia priva di conseguenze.
Secondo l’UNICEF, una volta condivise online, fotografie e informazioni possono sfuggire al controllo delle famiglie, essere copiate, archiviate o riutilizzate da terzi senza autorizzazione.
L’organizzazione internazionale evidenzia, inoltre, che la costruzione dell’identità digitale di un bambino dovrebbe avvenire nel rispetto della sua privacy e del suo consenso, quando possibile, poiché i contenuti pubblicati oggi potrebbero influenzare la sua vita futura.
La riflessione assume particolare rilevanza in un contesto in cui l’utilizzo delle tecnologie digitali da parte dei più giovani è in costante aumento.
Save the Children ha stimato che in Italia il 32,6% dei bambini tra i 6 e i 10 anni utilizza lo smartphone ogni giorno, mentre il 62,3% dei preadolescenti tra gli 11 e i 13 anni possiede almeno un account social.
Questi dati mostrano come le nuove generazioni crescano sempre più immerse nell’ambiente digitale, rendendo ancora più importante il tema della tutela della loro immagine e dei loro dati personali.