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Pane e chiodi: a caccia con le streghe

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C’è una specie di zona demilitarizzata quando si parla di scuola. Come al confine tra le due Coree. Dove l’immobilita’ sublima il timore. E la guerra è tanto presente quanto la si vorrebbe negare. E’ li che anche il pensiero unico è in grado di rinnegare se’ stesso e il neo liberismo che ormai caratterizza l’organizzazione degli altri servizi alla persona. Un po’ come se la priorità non fosse, anche, educare gli educatori. Abituarli a guadagnarsi il futuro sul campo. Convincerli, per convincersene, che è salubre tenere in costante manutenzione competenze e sensibilità. D’altronde ormai è chiaro che la scuola, soprattutto durante le fasi più delicate dell’evoluzione dei nostri figli, è una occasione unica, famiglia a parte, per seminare gli ingredienti che potranno far germogliare una società migliore. Almeno a tavolino non dovrebbe neppure essere difficile riposizionare il sistema per lasciare che l’offerta educativa si riproposizioni secondo le diverse prospettive possibili. Per esempio, come avviene per la salute pubblica, con tutti gli adattamenti del caso, attraverso un modello di finanziamento basato su requisiti di accreditamento e budget. Proposte concrete e studi attendibili al riguardo ce ne sono.

Quella di Suor Anna Monia,
in prima linea da tempo in questa battaglia di civiltà. Ha un sostegno indiscusso perché sostiene un’idea non piega la
realtà ad interessi pseudo personalistici.

Costo standard e curve  demografiche, dal canto loro, darebbero certezza per quanto attiene al controllo della spesa. Anche la dimensione complessiva del corpo docente beneficerebbe di maggiore stabilità e nuove opportunità.
Cosa impedisce allora alla scuola di sdoganarsi dall’attuale sostanziale monopolio statale? La paura del pluralismo educativo? La riserva di voti che garantisce a una parte della politica? Una pretesa interpretazione della responsabilità corrispondente all’obbligo scolastico? Forse.  Restando qui, al palo, non immaginiamo però quello che ci stiamo perdendo in termini di libertà. Tutti. Libertà di scegliere, per esempio. Libertà’ di veder liberati, finalmente, i curriculum formativi dei nostri figli e dei loro insegnanti. Senza dover aspettare con ansia esperienze liberatorie all’estero. Potendo diventare a nostra volta attrattivi. Come ci meriteremmo.
Restando così, invece, dobbiamo accontentarci di pane e chiodi.
E di qualche strega che, a gruppi, da la caccia alle streghe.
Forse è l’ora di chiedersi a chi fa comodo davvero l’immagine della suola privata per asini ricchi e mamme apprensive che bloccano il traffico con i loro enormi SUV?
Cui prodest? A chi giova questa guerra di censo se si potrebbe superare, con benefici per tutti, garantendo libertà di accesso a qualsiasi scuola a parità di costo standard?
Serve forse ad alimentare il risentimento sociale come bacino di coltura per una società che pensa di eliminare le sensibilità religiose e riproporre modelli familiari che vanno oltre le proposte naturali?
Chissà.
Ai posteri (e al prossimo governo) l’ardua sentenza.

In mezzo alla notizia

di Luigi Corbella