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Patto per la scuola: cosa ci saremmo aspettati e cosa ci viene proposto

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Pochi giorni fa la scuola è stata oggetto di due importanti interventi: mentre il Governo approvava il Decreto Sostegni bis, il ministro Bianchi sottoscriveva con i sindacati maggiormente rappresentativi il “Patto per l’Istruzione”.

Consiglieremmo a tutti i lavoratori della scuola di dare una lettura all’uno e all’altro parto governativo e ministeriale: parto gemino, che ci offre due gemelli un po’ differenti l’uno dall’altro, ma in perfetta continuità con gli interventi che hanno caratterizzato la scuola nell’ultimo quarto di secolo. Il Decreto Sostegni bis ha lasciato tutti gli interessati insoddisfatti:i precari, che vedono lontana l’uscita dall’incertezza lavorativa, i “vincolati” che hanno avuto sì uno “sconto della pena” (bloccati per tre e non più per cinque anni) ma che, giustamente, attendevano un’assoluzione con formula piena, che riconoscesse loro il diritto di avvicinarsi alla residenza, qualora ci fosse disponibilità di posti. Tra i delusi gli stessi sindacati che hanno sottoscritto il “Patto”: pronti a firmare tutto, poi protestano contro la fumisteria che hanno sottoscritto: un percorso schizofrenico che ormai non ci stupisce più e che nemmeno ci interessa sapere se nasca da malafede o ingenuità colpevole.

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Nel “Patto” leggiamo a p. 2 di “una riforma di sistema per costruire un nuovo modello di scuola”; ma già a p. 3 le nostre attese si smorzano, poiché si parla del “pieno compimento dell’autonomia scolastica”, che a noi risulta essere stata il principale grimaldello per scardinare la scuola della Costituzione; subito dopo si invoca “un sistema di monitoraggio” efficiente, ignorando così le molte e motivate critiche degli ultimi vent’anni contro una scuola valutata sterilmente attraverso test standardizzati; subito dopo ancora, tra i bisogni primari della scuola, viene indicata la digitalizzazione, in assenza di un serio dibattito sull’uso dei media digitali nell’insegnamento e dimenticando completamente gli aspetti preoccupanti affiorati durante la pandemia. Seguono le “buone intenzioni”, proferite con quel linguaggio allusivo e vago che non promette mai nulla di buono. 

Cosa ci saremmo aspettati, invece? Limitiamoci agli aspetti fondamentali: metteremo in campo ogni provvedimento che possa garantire l’unitarietà del sistema scolastico nazionale, quanto alle strutture e quanto ai risultati educativi; abbatteremo finalmente il precariato, attraverso una politica di assunzioni, legata al superamento tra organico di diritto e di fatto e la definizione di un organico di istituto che soddisfi i bisogni reali di ogni scuola; aumenteremo del 20% la retribuzione dei lavoratori della scuola (lo sappiamo, non raggiungiamo così ancora la media europea, ma questo è un inizio dignitoso); provvederemo a curare la formazione degli insegnanti favorendo il legame tra scuola e ricerca; sosterremo la libertà nella formazione e nell’insegnamento; ridurremo il numero di alunni per classe, che non dovranno superare i 20 nelle classi che non presentano problemi; avremo a cuore l’integrazione dei più fragili e svantaggiati, inserendoli in classi con un numero di studenti che non superi i 15; nelle zone in cui il disagio sociale è forte proporremo una didattica per piccoli gruppi, l’unica che possa garantire la circolarità della comunicazione; abbatteremo la burocrazia che soffoca la nostra scuola e che riduce molti processi ad una pura compilazione di moduli su moduli; ci dedicheremo con particolare attenzione agli studenti più piccoli, perché è dall’inizio, dalle primarie, che si costruisce una salda cultura e un buon rapporto con la scuola; non ci dimenticheremo della scuola dell’infanzia tuttora assente (o quasi) in molte aree del Paese.

Insomma, faremo interventi concreti e sostenuti da un adeguato impegno economico: ad ognuna di queste voci dovrebbe corrispondere una cifra e l’espressione “senza ulteriori oneri per le finanze pubbliche” dovrebbe essere messa al bando. Questo, che non è ancora stato scritto, non sarebbe un “libro dei sogni” – le poche voci che lo compongono dovrebbero portare lo Stato a spendere oculatamente i quasi 25 miliardi che ci separano dalla spesa media per l’istruzione dei Paesi europei con cui dobbiamo confrontarci.

Cosa ci propone, invece, il neo-ministro Bianchi? Un “libro degli incubi” in cui, l’uno dopo l’altro, compaiono i fantasmi che si sono aggirati sulla scuola italiana, veri e propri idola tribus di una classe politica senza idee e di burocrati ministeriali travestiti da pedagoghi. È da un quarto di secolo che non ci si smuove da una visione di scuola che, sino ad ora, non ha fatto che dare pessimi frutti. Bisognerà davvero toccare il fondo perché ci si renda conto che bisogna cambiare prospettiva? È urgente dare alla scuola ciò che le spetta, se essa deve essere davvero quello che il ministro Bianchi afferma e cioè un “volano di crescita culturale ed economica”.

Cub Scuola