Il dipendente pubblico oggi in prevalenza ha i capelli bianchi ed entro una decina d’anni si ritroverà in pensione: a sostenerlo, in questi giorni, è stato l’Inps attraverso l’Osservatorio relativo all’anno 2024. Dallo studio nazionale, quello che spicca è che tra i lavoratori pubblici – in particolare nella scuola, nella sanità, negli enti locali e negli uffici – la classe di età “modale”, quella cioè più frequente, è quella tra i 55 e i 59 anni con quasi 662mila lavoratori (661.919 17,7% sul totale). E i tre quarti dei cosiddetti lavoratori “statali”, anzi anche qualcosa di più perché si tratta del 76,6%, hanno un’età maggiore o uguale a 40 anni.
Se i parametri sulla pensione di vecchiaia non dovessero spingersi molto oltre l’età ordinamentale fissata dalla Legge Monti-Fornero, quindi 67 anni (con deroghe legate alle attività particolarmente gravose o ad anticipi pensionistici derivanti da contesti particolari) entro un decennio, sostiene ancora l’Istituto nazionale di previdenza, “circa un terzo dei dipendenti pubblici transiterà alla pensione“.
Il problema, aggiungiamo noi, è che attraverso la Legge di bilancio in via di approvazione, entro il 2028 l’uscita dal lavoro passerà a 67,3 anni, con l’intenzione più o meno espressa da parte dell’attuale Governo – forte dei dati sull’aspettativa di vita in Italia sempre più elevata (sempre nel 2024 si è attestata a 84,1 anni, contro una media Ue di 81,7, collocando la Penisola ai vertici della classifica europea) – di introdurre ulteriori due anni nel 2029, per arrivare così a sfiorare i 67 anni e cinque mesi.
Per gli esperti di previdenza, il quadro è destinato a diventare progressivamente peggiore: qualche mese fa “Investire Oggi” ha commentato il “paradosso” degli “aumenti costanti dei requisiti delle pensioni se la popolazione vive più a lungo”, preannunciando che “due o tre mesi alla volta, molto presto le pensioni di vecchiaia supereranno il tetto dei 70 anni. E non ci vogliono simulatori per capirlo”.
In pratica, “ogni 10 anni l’età pensionabile rischia di salire di 10/12 mesi, se non di più. Già nel 2034 potrebbero servire 68 anni per lasciare il lavoro, e prima del 2040 si arriverebbe a 69. Per poi andare dritti verso la fatidica quota dei 70 anni”.
Nel frattempo, l’Inps ha anche aggiornato i numeri sui dipendenti pubblici: ebbene, nel 2024 erano arrivati ad essere oltre 3,7 milioni di lavoratori, con un incremento dell’1,5% sul 2023, anche grazie alla tornata di assunzioni portata avanti dal governo Meloni.
Il gruppo contrattuale più numeroso è, naturalmente, quello della scuola con quasi il 40% dei dipendenti pubblici, seguito dal servizio sanitario con il 20%, dalle amministrazioni locali, ovvero Regioni, Province e Comuni, con poco meno del 15% e dalle forze armate, corpi di polizia e vigili del fuoco con circa il 14%.
La retribuzione media è pari a 35.350 euro, ma tra i lavoratori a tempo indeterminato la media cresce, sino a sfiora i 40mila euro annui lordi: l’oscillazione diventa ampia e va dai 55.000 euro dei dipendenti di Università ed enti di ricerca ai 30.000 euro l’anno del personale scolastico, il più numeroso ma anche il meno pagato.
La retribuzione risulta molto differenziata, sia per età che per genere: in particolare, aumenta al crescere dell’età fino a stabilizzarsi dai 50 anni in poi ed è costantemente più alta per il genere maschile: oltre 41.000 euro contro quasi 31.700 euro per le femmine. Nella scuola, tuttavia, questa tendenza no sembra essersi mai sviluppata. A pesare sulle donne è infatti il maggior ricorso al part time, mentre sui più giovani incidono contratti spesso a tempo determinato.