Tagli alle pensioni dei dipendenti pubblici che andranno in quiescenza prima dei 67 anni, come previsto dalla legge di bilancio 2025: una sforbiciata che riguarda oltre 730mila lavoratrici e lavoratori entro il 2043.
In pratica, si legge su Domani, chi accede alla pensione anticipata – dunque prima dei 67 anni– si vedrà decurtata la parte più solida dell’assegno, intervenendo in modo retroattivo sulla parte retributiva e modificando una base che si credeva intoccabile: “Una misura in violazione dei principi di certezza del diritto, con evidenti profili di incostituzionalità”.
In pratica, secondo la Cgil, su una retribuzione annua di 30mila euro, il taglio va da 927 a 6.177 euro l’anno, a seconda dell’anno di inizio contribuzione. Per chi guadagna 50mila euro si sale da 1.545 a 10.296 euro, mentre a quota 70mila si arriva a una perdita annuale tra i 2.163 e i 14.415 euro. A regime, il taglio complessivo stimato per la platea coinvolta è pari a 33 miliardi di euro.
Inoltre, il tempo di attesa tra la maturazione del diritto e il pensionamento vero e proprio si allunga, cosicchè nel 2028 si arriverà a nove mesi in più di attesa per il solo pubblico impiego, rallentando, con scientifico progetto, l’uscita per contenere la spesa e ridurre gli assegni, mentre si continua a parlare di “superamento della Fornero.
L’effetto, secondo quanto scrive Domani, è paradossale: chi ha iniziato a lavorare in giovane età rischia di dover versare 48-49 anni di contributi per evitare il taglio.
Ma tempi duri pure per il Tfr e Tfs che verrebbero “sequestrati” dalla Stato: il lavoratore dovrebbe anticipare i propri soldi per lasciare il lavoro, mentre si valuta il riuso del Tfr come “ponte” per il pensionamento, i dipendenti pubblici continuano a vedersi trattenere quel che spetta loro per legge, in violazione dei diritti patrimoniali.
Accusa la Cgil: “Si introducono interpretazioni che superano la normativa stessa, restringendo diritti che la legge aveva già tutelato” e dunque la decisione di portare la vertenza fino alla Corte costituzionale, rafforzando i ricorsi già avviati sia sul taglio alle aliquote sia sul Tfr.
Intanto, “la propaganda ufficiale insiste sul “superamento della Fornero”, ma i dati smentiscono la narrazione. Le lavoratrici e i lavoratori pubblici vengono spinti verso una permanenza forzata e un taglio retroattivo, con penalizzazioni crescenti quanto più si tenta di uscire prima. Il governo sceglie di fare cassa sui diritti già maturati, spostando il peso della sostenibilità previdenziale su chi ha già dato. Non è un riordino. È un arretramento. E le cifre, questa volta, parlano da sole”.