Come accade quasi ogni estate, il dibattito politico torna a concentrarsi sui requisiti per la pensione e sulla contestata legge Fornero. L’obiettivo dichiarato da alcuni esponenti della maggioranza è evitare che, dal 1° gennaio 2027 al 31 dicembre 2028, l’età per la pensione di vecchiaia salga da 67 a 67 anni e 3 mesi, e che la pensione anticipata richieda 43 anni e un mese di contributi (42 anni e 10 mesi per le donne). Dal 2029, inoltre, si prospetta un ulteriore innalzamento di tre mesi.
Il meccanismo è legato all’aumento dell’aspettativa di vita, oggi stimata in 81 anni per gli uomini e 85 per le donne. Per l’Inps mantenere l’attuale sistema costerebbe miliardi di euro, mentre per la Lega l’impatto sarebbe di poche centinaia di milioni. Il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon ha proposto di estendere l’uscita a 64 anni con 25 anni di contributi anche ai lavoratori con sistema “misto”, e non solo a chi è nel regime totalmente contributivo. Più cautela, invece, sul fronte di Quota 41, che il leghista ha liquidato come modello superato.
Un approccio diverso rispetto al passato, quando Matteo Salvini sosteneva la possibilità di andare in pensione dopo 41 anni di contributi, definendo “sacrosanto” questo traguardo. All’epoca, con la Lega al Governo insieme al M5s, sembrava che la legge Fornero fosse destinata a cadere. Ma i vincoli economici evidenziati dall’Inps resero l’ipotesi impraticabile.
Oggi il rischio resta lo stesso: con l’aspettativa di vita in crescita e il calo demografico che restringe il numero dei lavoratori attivi, il sistema pensionistico spinge inevitabilmente verso un innalzamento progressivo dell’età di uscita. Secondo alcune stime, già nel 2034 potrebbero servire 68 anni per la pensione di vecchiaia, nel 2040 si potrebbe arrivare a 69 e in seguito si rischia di sfiorare la soglia dei 70.
Un processo che suscita forti preoccupazioni, soprattutto in settori usuranti come la scuola, dove il burnout colpisce un numero crescente di insegnanti over 60. La segretaria nazionale Flc-Cgil, Manuela Calza, ha parlato di “accanimento”, chiedendo la possibilità di un’uscita anticipata: “Dopo i 60 anni e una vita di lavoro, la pensione deve essere riconosciuta come un diritto sacrosanto”.
Eppure, la direzione sembra segnata: un pensionamento sempre più vicino ai 70 anni. Una prospettiva che per molti lavoratori, docenti inclusi, appare tutt’altro che rassicurante.