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01.10.2026

“Per me nessun alunno è straniero”: la lettera aperta a Mattarella e Valditara di una dirigente scolastica del milanese

“Come Dirigente Scolastica – e prima ancora come educatrice – per me nessun alunno è straniero. Sono tutte e tutti miei studenti. Qualunque sia la loro origine o la loro storia, sono a scuola per esercitare il diritto all’istruzione”. A scriverlo – in una lettera aperta indirizzata al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e al ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara – è Lucia Donat Cattin, preside di un Istituto Comprensivo dell’hinterland milanese, “con un tasso di studenti con Bisogni Educativi Speciali (BES) pari al 42% e 211 alunni con cittadinanza non italiana (circa il 19%)”. La missiva è stata pubblicata anche sui social ed è diventata virale, a pochi giorni dalla pubblicazione del decreto legge 170/2026, che introduce – tra le altre cose – il tetto massimo del 30% per gli alunni stranieri non italofoni nelle classi.

“Leggendo le disposizioni del recente Decreto Scuola e le relative linee guida, provo una profonda preoccupazione: queste misure non rispondono ai reali bisogni delle nostre comunità scolastiche“, si legge nella lettera. “Il tetto del 30% di alunni non italofoni (a quanto pare nel senso che non parlano per nulla la lingua, per essere precisi) per classe si rivela non solo irrealizzabile in contesti come il nostro, ma anche puramente ideologico“. Nelle prime classi della scuola primaria, spiega la dirigente, “quasi il 50% degli iscritti possiede un cognome d’origine straniera; alcuni non parlano ancora l’italiano, molti altri sono nati o cresciuti qui, pur essendo privi di cittadinanza. In un quadro globale complesso e drammatico, le persone continueranno a fuggire da guerre e povertà per cercare dignità e offrire un futuro ai propri figli”.

“È un impulso umano e legittimo: chiunque di noi farebbe lo stesso”, osserva Donat Cattin. “Inoltre, i dati stessi del Ministero evidenziano una realtà innegabile: se la scuola italiana tiene ancora fermi i propri numeri di fronte al drastico calo demografico, è grazie alla presenza degli alunni di origine straniera“. La presenza di lavoratori stranieri, ricorda la preside, è fondamentale in molti settori strategici. “Ciò di cui le nostre scuole hanno disperatamente bisogno non sono vincoli formali, ma risorse umane stabili: docenti specializzati nell’insegnamento dell’Italiano. Servono figure strutturate che affianchino i bambini e i ragazzi nell’acquisizione della lingua del Paese in cui vivono, consentendo loro di studiare con successo e di non sentirsi meri ‘equilibristi interculturali’, per citare la pedagogista Anna Granata“.

“È l’unico modo per garantire loro una reale libertà di scelta nei percorsi della scuola secondaria di secondo grado”, prosegue la dirigente, “evitando che siano le condizioni materiali a destinarli precocemente alla formazione professionale (CFP) e agli istituti professionali, oggi frequentati in larghissima parte da studenti con background migratori“. Introdurre tali figure con interventi d’emergenza o contratti annuali, tuttavia, non basta per risolvere una situazione amministrativa così complessa. “Laddove sperimentate, queste misure sono spesso svanite o sono state ridimensionate nei tagli d’organico regionali“, chiarisce infatti Donat Cattin. “Risulta ancora più allarmante l’ipotesi di sanzionare o penalizzare le famiglie che non padroneggiano la lingua italiana“.

Su questo punto, come evidenziato anche da Tecnica della Scuola, sono diverse le perplessità, relative soprattutto alla fruzione dei corsi. “Di fronte ai dati diffusi dal coordinatore nazionale dei Centri Provinciali per l’Istruzione degli Adulti (CPIA) – che registrano oltre 31.000 persone in lista d’attesa, per il 90% di origine straniera -, appare del tutto sproporzionato pretendere che questi genitori frequentino corsi spesso saturi, ancorché indispensabili per il raggiungimento del livello B1 richiesto per la cittadinanza“, attacca ancora Donat Cattin. Che poi rivolge al Capo dello Stato e al ministro un interrogativo. “Come istituzione come posso colpevolizzare famiglie spesso monoreddito o monoparentali, in cui i genitori svolgono lavori usuranti, sottopagati e con orari incompatibili con la frequenza scolastica?“.

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