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Perché contro gli ebrei?

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Il 7 gennaio 1945, dopo aver forzato i cancelli di Auschwitz, agli occhi delle truppe liberatrici si presentò un orrore dalle proporzioni indescrivibili. Montagne di cadaveri insepolti, oltre quelli asfissiati nelle camere a gas ed inceneriti nei forni crematori. Nei campi del centro Europa erano state sterminate, in tre anni, 15 milioni di persone, di cui 6 milioni di ebrei.

E’ innegabile. Tutto ciò crea malessere in quanto ripropone, puntualmente, la parte oscura di noi, una sorta di “buco nero” (Sergio Mattarella) che assorbe inevitabilmente l’autostima che abbiamo costruito sulla nostra civiltà occidentale. Ma perché, ricordare ogni volta, quasi ossessivamente, ciò che è avvenuto sessantuno anni fa? Perché un giorno della memoria quando la nostra mente è portata a rimuovere il negativo? E’ semplice. Chi non ricorda è condannato a ripetere gli errori del passato. Per questo molti sono ancora tentati di rimuovere questa pagina della storia (i riduzionisti ed i negazionisti). Invece, per superare il passato orribile, è necessario non negare l’accaduto ma prenderne coscienza, “attraversarlo” mentalmente, comprenderne le ragioni. “Siamo stati testimoni di un avvenimento inaspettato. – Scrive Primo Levi – E’ avvenuto, quindi può accadere di nuovo”.

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Com’è noto, vi sono due termini per indicare l’impensabile, l’indicibile, di cui dovette prendere coscienza il mondo intero alla fine dell’ultimo conflitto. Il primo è “Shoah” che significa “tempesta devastante”. E’ usato da Isaia per indicare le deportazioni e le stragi con cui fu colpito Israele dalla giustizia divina, a motivo dei suoi cedimenti all’idolatria pagana. Il secondo è “Olocausto”, termine biblico di origine greca che significa “distruzione totale” della vittima. Era questa, infatti, l’intenzione di Hitler: l’annullamento completo di una razza ritenuta nemica della civiltà cristiana.

E’ stato osservato che quest’ultimo termine possiede un significato teologico che conferisce un senso misterioso e sacro all’inspiegabile e riconduce la mente al fiore più sublime della stirpe ebraica, a Gesù, all’Agnello di Dio che prende su di sé il male del mondo.

Edith Stein, la filosofa ebrea tedesca, convertita al cattolicesimo e santificata da Giovanni Paolo II, divenuta monaca di clausura e morta ad Auschwitz, si chiedeva: “Perché i tedeschi? Perché gli ebrei?”. Come dire, perché Dio sceglie alcuni come carnefici ed altri come vittime. Ma questa non è più storia, non è più scienza, e neanche teologia. E’ mistero. Oscuro, impenetrabile.

Questa è la domanda più difficile che gli studenti mi rivolgono ogni volta: “Perché è accaduto tutto questo? E perché contro gli ebrei?”. Confesso che nessuna spiegazione storica, da sola, mi convince completamente. Né la divisione dell’umanità in razze (che a metà del Novecento, in mancanza di supporti scientifici, era sostenuta da pensatori di grido). Né il motivo economico degli ebrei capitalisti e professionisti facoltosi da depredare a beneficio dello Stato nazista. Né la tesi culturale degli ebrei considerati “popolo deicida” e “senza terra”, avversari millenari della Cristianità. Né lo studio psicologico di Theodor Adorno secondo cui, in presenza di un capo carismatico e di masse atomizzate, i socialmente “deboli” tendono ad identificarsi con il leader aggressivo contro il “gruppo bersaglio”. Eppure, bisogna riconoscere che ognuna di queste tesi possiede una dose apprezzabile di verità.

Nel film “Il processo di Norimberga”, lo psicanalista ebreo che condivide, per motivi professionali, le ultime settimane dei criminali nazisti, a chi gli chiede cosa abbia notato di particolare nella loro psiche, risponde: “Tre cose. Un disagio sociale ed evolutivo. Una particolare anaffettività. Il convenzionalismo, cioè la tendenza a dare sempre ragione al potente di turno”.