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Perché non è opportuno gioire per i PAS

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I PAS (percorsi abilitanti speciali) sono figli di una lunga tradizione in Italia. Hanno lo scopo di sanare situazioni di fatto consentendo canali di abilitazione “speciali” (e con questo termine, per quanto politici e colleghi vogliano giocare con i termini, si intende sempre “semplificati”, altrimenti si seguirebbe il percorso ordinario) a chi ha alcuni requisiti.

Di solito sono previsti per chi ha 180 giorni di servizio per almeno tre anni scolastici. Si tratta di una evidente sanatoria, molto simile ai condoni in altri settori.

I condoni nascono anche da colpe dell’amministrazione pubblica; nel caso specifico, un sistema di abilitazione efficiente dovrebbe evitare di tenere in cattedra per tre anni scolastici o più qualcuno che non abbia abilitazione. Ciò non per impedire i ricorsi e le stabilizzazioni decise per sentenze, come intendeva fare la legge 107 (la “buona scuola”), ma per impedire a persone che non hanno seguito alcun percorso specifico e non sono state valutate di entrare in contatto con gli studenti. Se le cattedre in organico di fatto fossero trasformate in organico di diritto in tutti i casi possibili e se il sistema di abilitazione fornisse regolarmente e stabilmente i docenti necessari, non ci sarebbe bisogno di ricorrere a continue sanatorie.

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I sindacati difendono questo sistema nell’illusione di difendere i lavoratori: in realtà fanno gli interessi di una categoria di precari, a scapito però di un intero sistema (e della stessa unità dei lavoratori).

Soprattutto, danneggiano i giovani neolaureati, che si vedono costretti a mettersi in coda e a non potersi mettere in gioco alla pari con i più anziani (i PAS servono proprio a questo).

L’ultima versione dei PAS, approvata in questi giorni, in realtà non dovrebbe essere motivo di gioia nemmeno per coloro che ne beneficeranno. Si parla infatti di ammettervi tutti i dottori di ricerca, anche senza servizio (realizzando il sogno segreto di molti docenti universitari: trasformare la scuola in una rete di salvataggio di mancati ricercatori); e si consentirà l’accesso ai precari che abbiano i famosi 180 giorni per tre anni, anche non sulla classe di concorso specifica (quindi, anche su sostegno o su altre classi di concorso).

La platea è enorme. Così enorme che, di fatto, traslerà semplicemente la parte alta della terza fascia delle graduatorie di istituto in fondo alla seconda fascia. Con qualche variazione per chi sceglierà di inserire il punteggio in una classe di concorso diversa e con i dottori di ricerca che non hanno mai insegnato in fondo.

Un’operazione elettorale e di make-up, che nei fatti cambierà poco la situazione. Per queste persone poi ci sarà il concorso, e verosimilmente la riserva dei posti. Ma saranno talmente tanti da ottenere soltanto l’ennesima interminabile graduatoria di merito. Il prezzo di tutto questo è però, per chi riesce a lavorare dalla terza fascia, la costrizione a partecipare al PAS per non vedersi scalzato e retrocesso (un meccanismo che riproduce quello perverso dei master e dei perfezionamenti per acquisire punteggio).

E i circa tremila euro che dovrebbero essere richiesti per il corso (la cifra non è ufficiale, ma, visti i precedenti, direi che la stima è attendibile). A chi giova tutto questo?

Sabrina Pardini