Home Attualità Povertà educativa, molti la combattono perché non vogliono far cambiare la scuola

Povertà educativa, molti la combattono perché non vogliono far cambiare la scuola

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Il concetto di “povertà educativa” e la strategia che da più parti viene proposta per combatterla rischiano di affossare ancora di più il sistema scolastico nazionale.
E’ quanto sostiene il presidente nazionale di Proteo Fare Sapere, Dario Missaglia, che interviene in queste ore con un ampio editoriale pubblicato nel sito della sua associazione.

Il termine “povertà educativa” viene usato soprattutto per descrivere il contesto in cui vive una quota significativa di ragazze e ragazzi italiane, contesto caratterizzato dalla insufficienza o anche dalla mancanza di strutture educative e culturali (biblioteche, ludoteche, centri di incontro, …) e dalla scarsità di “stimoli” anche all’interno della famiglia stessa.
E così – spiega Missaglia – si sta consolidando l’idea che “intervenire per quanto possibile sui fattori più critici di contesto in cui vivono le sfortunate vittime della povertà educativa produrrà certamente il risultato atteso di ridurre il fenomeno”.

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Aggiunge subito il presidente di Proteo: “Se penso a Don Milani, Bruno Ciari, Célestin Freinet, Mario Lodi, Loris Malaguzzi, Albino Bernardini, Andrea Canevaro, non ho mai trovato nelle loro parole qualcosa che potesse ricondurre alla povertà educativa dei bambini e ragazzi cui si dedicavano. Nell’affermare la forza di un diritto costituzionale conquistato a gran fatica nel nostro Paese, la povertà educativa, per loro stava altrove: nella scuola che seleziona, nei contenuti di un insegnamento che parlava a pochi, nelle pratiche valutative che punivano i più deboli, nella scuola ridotta a norme e burocrazia, nelle politiche che dimenticavano le scuole e chi ci lavora. Questa è la vera povertà educativa contro cui si scagliavano ed erano orgogliosi di quei ragazzi ribelli, incolti, indisciplinati, a volte anche timidi e isolati, ma pronti a capire chi entrava nel loro mondo per prendersene cura e accompagnarli nella scoperta della conoscenza che rende liberi”.

Il disegno, secondo Missaglia, è chiaro: “Se la scuola non ce la fa, ed è questo il presupposto dell’analisi, ‘bisogna  aiutarla’. E ogni frammento del terzo settore può contribuire con un proprio progetto da realizzare nelle scuole, con l’obiettivo umanitario di ridurre la povertà educativa”.
Ma, secondo Missaglia, questa strategia è del tutto sbagliata: “Non basta, non serve ed è deformante l’idea che ‘aggiungere’ alla scuola così com’è qualche corso, attività, esperti esterni, prolungamento d’orario, possa di per sé costituire una strategia efficace contro la dispersione. La scuola non si cambia con aggiunte dall’esterno, va cambiata ‘dentro’ e per raggiungere questo obiettivo serve anche una partecipazione sociale che chieda e rivendichi questo cambiamento, lo supporti, lo arricchisca, costruisca alleanza con le forze che dentro le scuole condividono e si battono per quel cambiamento”.
Per combattere davvero povertà educativa e dispersione scolastica è necessario – afferma Missaglia – “costruire ponti e alleanze virtuose con chi è interessato davvero al cambiamento della scuola, modificando in profondità l’assetto, il funzionamento, l’organizzazione e i contenuti della didattica”.
“E – scrive ancora – serve un nuovo slancio per praticare l’autonomia sempre disattesa fuggendo la tentazione della chiusura corporativa, dell’affidamento alla rassicurante gestione burocratica del ministero, della delega ad altri”.

Per concludere con una considerazione che richiama la scuola stessa (e i docenti più attenti e sensibili) ma anche le forze sociali e le stesse organizzazioni sindacali a scelte responsabili anche sotto il profilo etico. Non manca infatti “chi non vuole cambiare la scuola perché ha compreso che può prosperare proprio sui limiti della scuola stessa. Lasciandola intatta nei suoi meccanismi di classe, si propone si sostituirla nelle sue funzioni sociali più delicate. Alla scuola che c’è lasciamo pure i compiti, le interrogazioni, i voti, la lezione e la centralità del programma”.