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Aggiornato il 21.07.2025
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Prende 9 all’esame di terza media, la madre pedagogista: “I docenti non sanno valutare, stesso voto per 13 alunni su 15”

In questi giorni i casi di scena muta alla maturità hanno spopolato, stimolando una grande riflessione in merito al sistema scolastico basato sui voti. Una docente di pedagogia, qualche settimana fa, ha pubblicato su Facebook un post polemico contro i docenti proprio sul tema.

Previo oscuramento dei nomi, la pedagogista ha pubblicato il tabellone con i risultati degli esami di terza media del figlio tredicenne e di tutti i suoi compagni. “Lo dico mio malgrado, ma veramente gli insegnanti non sanno valutare”, così ha esordito, segnalando il fatto che, in questa classe di 15 ragazzini, ben 13 hanno chiuso il ciclo in bellezza, portando a casa uno splendido 9.

Il post incriminato

Ecco il contenuto integrale del post: “Lo dico mio malgrado, ma veramente gli insegnanti NON SANNO VALUTARE o quantomeno non sanno utilizzare appieno il potenziale formativo che la valutazione reca in sé. L’esito di questi esami rivela una rappresentazione della realtà improbabile per non dire irrealistica e falsa”.

“La statistica dice che tutti i fenomeni umani come l’apprendimento sono descritti da una distribuzione statistica media o normale che risponde alla cosiddetta ‘curva di Gauss’ o ‘a campana’ che evidenzia nell’intervallo centrale la media delle prestazioni e nelle ali gli estremi (i più eccellenti come i più carenti). Dunque, è improbabile se non impossibile che in una stessa classe tutti i ragazzini conseguono lo stesso voto ad eccezione di un 8 e un 10 e lode. E’, dunque, estremamente falsa, oltre che educativamente inopportuna, questa forma di livellamento, appiattimento che non tiene conto dei diversi interessi, anche della diversa qualità di impegno ed attitudine sicuramente manifestata da ciascuno di questi ragazzi nelle diverse discipline. Diciamo sempre che i ragazzi sono tutti diversi eppure alla fine conseguono tutti la medesima identica valutazione. Cari prof, siete proprio sicuri di aver fatto bene a raccontare loro che alla fine sono stati tutti bravi allo stesso modo? Siete davvero sicuri sia questo il migliore modo per farli crescere e porli di fronte alla vita? Parafrasando l’indimenticato Don Lorenzo Milani: “non c’è cosa più ingiusta che fare parti uguali tra i diseguali”.

Inutile dire che il post ha ricevuto moltissimi commenti e sta facendo discutere. L’esperta è stata ora sentita ai microfoni de La Repubblica: “Ritengo che il 9 di mio figlio sia giusto. Aveva la media del 9 e mezzo, il 10 ci poteva stare ma va bene così. Lui l’ha presa con filosofia, forse si aspettava che in modo equanime e buonista gli insegnanti dicessero ‘siete stati tutti bravi’. Ma nessuno è bravo nella stessa maniera. È irrealistico e falso che 13 ragazzi su 15 abbiano la stessa identica valutazione. Tredici ragazzini uguali non esistono. Nel tabellone che ho pubblicato dove sono i 7 e gli 8, e dove sono i 10?”.

“I docenti di mio figlio non si sono fatti sentire”

Ecco il suo commento alle reazioni del post: “Ci sono stati molti commenti aggressivi, del tipo ‘lei si faccia gli affari suoi’, ‘sono le persone come lei che rovinano la scuola’, ‘fuori i genitori dalla scuola’. Altri si sono limitati a dire che questo intervento alimenta un clima già pesante. Non sapendo che sono una docente anch’io e che il mio campo, pensi un po’, è ‘progettazione e valutazione dei sistemi formativi’. Tanti, però, hanno colto il punto: scuola ed extrascuola devono cooperare e la valutazione deve essere comprensibile ai genitori perché è un fatto dialogico e relazionale”.

“L’appiattimento tradisce il mandato educativo della valutazione, che consiste nel restituire senso e significato allo sforzo, all’impegno personale e alla diversità delle capacità individuali. Valutare non significa solo assegnare un punteggio, bensì restituire all’altro una immagine di sé: quella immagine può incoraggiare, spegnere o spingere anche a stare fermi. Questa sequenza piatta di 9 parla di un sistema che preferisce sembrare efficace invece che esserlo realmente, rinunciando alla sua missione educativa. Il risultato finale, come confermano da tempo l’Ocse, l’Invalsi e l’Istat, è che una quota significativa di studenti esce dalle medie inferiori con le competenze delle elementari, un’altra esce dalle superiori con le competenze delle medie. La pioggia di 100 cui abbiamo assistito nell’ultimo esame di maturità va inscritta in questo fenomeno. Li mandiamo nell’agone della vita e del mondo del lavoro con uno strumento farlocco, un diploma che è un’arma caricata a salve”, ha aggiunto.

Ma i docenti della classe del figlio come hanno reagito? “Non si sono fatti sentire, mi hanno negato anche solo una replica. La dirigente, non pervenuta. La scuola non vuole relazionarsi con i genitori. Negli anni Settanta, con i decreti delegati, si è fatto di tutto per portarli dentro la scuola. Oggi si dice che sono importanti, ma poi neanche si risponde. I genitori si preferisce tenerli fuori”.

“Nel nostro Paese non c’è una vera cultura della valutazione. Quale merito c’è in una valutazione dove tutti hanno lo stesso merito? Lo dico pensando anche al ministero, che oggi si chiama ‘del Merito’. Da quando poi c’è il registro elettronico. Nel nostro sistema fa solo sì che il voto sia consegnato da un adulto a un altro adulto. Il ragazzo dovrebbe portare a casa il voto e giustificarlo, assumendosene le responsabilità davanti alla famiglia. Invece i genitori spesso sono informati dall’app sul loro telefono di quel voto prima ancora dei ragazzi. È terribilmente deresponsabilizzante”.

“Genitori e insegnanti hanno smesso di essere partner e alleati. Gli insegnanti non stimano i genitori, non li ritengono capaci di educare i figli-alunni. I genitori cordialmente ricambiano questa disistima. È una comunità dove nessuno stima nessuno e il prezzo lo pagano i ragazzi. È urgente un ripensamento dell’intero sistema. Per educare un bambino ci vuole un intero villaggio, dice un proverbio africano spesso citato. Ma ora è arrivato il tempo di ‘educare il villaggio'”, ha concluso.

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