La Scuola deve addestrare al lavoro o preparare alla vita? Chi governa l’Italia, in questo, concorda con la politica scolastica degli ultimi 35 anni. Come molti suoi predecessori, infatti, il ministro Valditara ha più volte affermato, in più di tre anni da quando si è insediato in Viale Trastevere, che la scuola deve preparare al lavoro fin dalle elementari (valorizzando artigianato e fatica), e collegarsi al sistema produttivo. Questo proposito è messo in pratica in particolare con la riforma degli istituti tecnici e professionali, nonché col modello “4+2” (quattro anni di scuola superiore e due di ITS Academy).
Occorre, secondo Valditara, allineare domanda e offerta lavorativa, far scoprire ai giovani la bellezza del lavoro, render la Scuola un motore di crescita. Percorsi e progetti degli istituti scolastici devono esser condivisi con le imprese: occorre sviluppare lavoro di squadra, gestione del tempo (ossia la velocità nell’esecuzione), talenti individuali.
Valditara desidera, insomma, una Scuola meno “ideologica”, meno “teorica” e “più concreta”, per integrare i ragazzi nel mondo della produzione.
Tutto bello, tutto giusto, se le cose fossero chiamate col loro nome. Si definisce invece “teorica” e “ideologica” la Scuola che prepara i ragazzi, attraverso l’acquisizione delle competenze di base, ad esser cittadini liberi, ossia capaci di non farsi condizionare perché dotati di spirito critico, discernimento, autonomia di giudizio e di scelta.
Quali sono le competenze di base che conferiscono tali capacità? Il saper ascoltare, il saper parlare, il saper leggere, il saper scrivere, il saper fare di conto. Come si acquisiscono le competenze di base che abbiamo appena enunciato? Come lo si è fatto per millenni, specie negli ultimi due secoli (quelli che hanno portato all’attuale progresso tecnologico e civile): attraverso anni e anni di ascolto, rielaborazione personale, lettura approfondita di libri, scrittura di vari tipi di testo, ragionamento ed esercizio matematico, studio di storia, geografia, scienze, letteratura, filosofia. Insomma, attraverso la conoscenza e la rielaborazione analitica, critica e dialettica del sapere umano: quel sapere che ha reso il Professor Valditara un insigne latinista e giurista.
È forse ideologico tutto ciò? È davvero teorico? O non lo è molto di più la pretesa di negare questa preparazione alla maggior parte dei ragazzi — quelli dei ceti subalterni, non certo i figli delle famiglie “bene” (ossia facoltose) — per avviarli al lavoro (subordinato e manuale, non certo direttivo e creativo)?
Non è forse ideologica, al contrario, una concezione della Scuola (pubblica, certo non privata) orientata a indirizzare i giovani dei ceti subalterni a lavorare per i pochi che avranno studiato latino, greco, filosofia, storia, letterature, in pochissime scuole selezionate per i rampolli dei ceti egemoni?
Bisogna educare i giovani mediante l’istruzione e la cultura, ed acculturarli mediante l’educazione alla curiosità e al desiderio di conoscere: tutto ciò non deriva dal manuale d’istruzioni della macchina, ma dal sapere disinteressato, privo di finalità immediate. Il sapere che è tipico dell’homo sapiens, e che lo differenzia dalle formiche e dalle vespe, sagge e sapienti unicamente delle tecniche del vivere; quel sapere che ha costituito il seme di una società più giusta perché democratica, cioè non fondata sul privilegio di pochi, ma sull’eguaglianza di opportunità per tutti.
Chi chiama questo sapere ideologia, in realtà vuole imporre l’ideologia neoliberistica: quella dell’asservimento del genere umano al dio mercato, al dio industrialismo, al dio denaro, e a tutti gli altri idoli che hanno generato guerre mondiali, distruzione ambientale, compromissione del comune futuro.
La nostra società è troppo complessa per comprenderla e migliorarla senza l’apporto di tutti: anche per questo dunque, e non solo per giustizia, è necessario che tutti studino e si preparino a risolvere i tanti problemi esistenti, sviluppando la propria libertà di pensiero.
Libertà di pensiero che si acquisisce attraverso la cultura alta, utile alle classi dirigenti come alla gente comune, agli scienziati come agli imprenditori, ai commercianti quanto agli operai ed agli artisti. Cinque millenni di storia hanno dimostrato che tutto il sapere è utile, anzi indispensabile perché interconnesso, come ogni specie vivente è indispensabile per l’intero ecosistema globale. Tutti gli umani, pertanto, se acculturati, saranno utili a se stessi, nonché all’umanità presente e futura.
Occorre respingere — i docenti davvero degni di questo nobile nome devono tenerlo a mente e agire di conseguenza — l’idea di una Scuola ridotta negli anni di corso, nei contenuti culturali, nei risultati concreti e nella preparazione dei propri alunni. I docenti devono rifiutarsi di indottrinare i giovani all’ideologia del lavoro esecutivo, minimale, alienante, gregario, ubbidiente, acritico. Una Scuola che indottrinasse in questo modo gli alunni, perpetuerebbe quella che Hannah Arendt descrisse come banalità del male: una società in cui milioni di persone, per cieca obbedienza e quieto sopravvivere, senza riflettere sulla propria ignavia e sulle conseguenze del proprio ubbidire, eseguono ordini e collaborano ciecamente a un sistema disumano, capace di elaborare sofisticate armi di sterminio e raffinati sistemi di distruzione ambientale, cancellando ogni possibilità di reale progresso e di felicità.