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Prevenzione della corruzione ed il ruolo della scuola

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Ci riempiamo tutti la bocca, in ogni occasione, che non ne possiamo più della burocrazia. Salvo ritrovarci, purtroppo, ad inseguirla ad ogni passo. Per timore di non essere al … passo. Al passo con chi? Destino cinico dell’altra faccia della responsabilità.

Parlo, in questo caso, del “Piano triennale di prevenzione della corruzione”, come da D.L. 231/01 (e norme successive, in particolare legge 190/12 e legge 114/14). In poche parole, chi ha responsabilità come persona giuridica, diversamente dalla responsabilità della persona fisica, “può essere ritenuto responsabile se, prima della commissione del reato da parte di un soggetto ad esso funzionalmente collegato, non ha adottato ed efficacemente attuato modelli di organizzazione e gestione idonei a evitare reati” (cito dalla delibera della Giunta della Regione Veneto relativa alle modalità di accreditamento degli organismi di formazione, decreto n.581 del 19-5-16).

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Ineccepibile l’intenzione, visto quanto se ne sente ogni giorno. Resta la domanda: giusto predisporre la cornice normativa. Eppure dovremmo tutti sapere che non basta scrivere una norma, o riempire dei moduli. Cose (forse) necessarie, ma non sufficienti. Se poi queste procedure non si convertono in cultura ed in prassi ordinaria, compresa l’imprescindibilitá del quadro ispettivo, con la sempre più richiesta certezza del diritto, e quindi anche della pena.

In poche parole, si vuole ingabbiare un sistema, per prevenire i suoi mali endemici. Trattando, così, le persone solo come pedine neutre. Come se quel male, anzitutto, non fosse dentro quelle stesse persone, prima che nella società. Tant’è vero che “fatta la legge, trovato l’inganno”.

In sintesi. Affinchè sia condiviso un “sentire etico” sono, prima di tutto e di tutti, è bene ripeterlo, imprescindibili la certezza del diritto come della pena. Vero vulnus del nostro “sistema Paese”.

Non occorre inventare, cioè, nuove leggi o nuovi compiti, che vanno a sommarsi ai tanti e troppi che stanno affogando la scuola nelle carte. Alla faccia della semplificazione…

Nel mondo della scuola dovrebbe essere prioritario condividere i fondamentali, tant’è che non sempre condividiamo il significato di “servizio pubblico”: in passato una mera struttura burocratica dello Stato, oggi, invece, riconoscimento del valore “pubblico”, centrato sugli utenti, del “servizio” scolastico. Quante scuole, ad esempio, elaborano un “bilancio sociale”? Forse si smorzerebbero tante polemiche, al di lá della cosiddetta “buona scuola”.

Ha ragione, dunque, l’Anac coordinato da Raffaele Cantone a chiedere l’attuazione di quella norma, ma, alla fine, contano i comportamenti ordinari.

Veniamo a quanto richiesto da questa burocrazia compilatoria.

Per il mondo della scuola, i primi responsabili sono i direttori regionali. Ed i presidi? I DS sono, ovviamente, visto il ruolo, responsabili della trasparenza e dell’integrità della propria scuola. Dunque, responsabili a tutto tondo, a parole.

Sul tema della corruzione la scuola ha la responsabilità di garantire una sorta di prevenzione. E questa prevenzione va pianificata, cioè resa trasparente a tutte le sue componenti. Di qui la richiesta di un Piano triennale.

Per le scuole, data la loro mission, è davvero necessario esplicitare, in un Piano triennale, questo compito preventivo? O non è già sufficiente fare bene il proprio diritto/dovere? Si può, cioè, parlare di “rischio” e di “gestione del rischio”? La responsabilità implica sempre un qualche “rischio”, ma la trasparenza, nel rispetto delle norme, è sempre un valido contrappeso.

Il rischio rimanda alle nostre possibili scelte.

Faccio un esempio: l’atto del copiare da un compagno, in un compito in classe, come si può configurare? Un altro esempio: la pretesa di alcuni genitori di chiedere i migliori docenti. E così via.

Ogni componente della vita scolastica ha, dunque, proprie responsabilità, cioè diritti e doveri. Ma, rispetto alla più complessa vita sociale, la scuola ha una sua specificità.

Ho fatto solo alcuni esempi, ma potremmo farne a centinaia. La scuola, in questo contesto, viene vista anzitutto come la prima vetrina della “percezione” della corruzione nella nostra società. Viene, cioè riconosciuta nel suo valore formativo. Educare alla prevenzione della corruzione. Evidente, dunque, l’importanza del tema.

Resta aperta la vera questione, al di lá di quanto detto, cioè la valutazione qualitativa e quantitiva degli atti pubblici. Per rendere concreta, lo ripeto ancora una volta, la certezza del diritto, e quindi della pena. Perché questo è l’anello debole di tutto il nostro “sistema Paese”, quindi anche il limite invalicabile delle buone intenzioni e prassi che si chiedono al mondo della scuola.

Garantita la certezza del diritto, l’etica della responsabilità direbbe e dice, però, altro. Ad esempio, che “tutto ciò che non è vietato è permesso”. Dice, cioè, il valore trainante del pensiero positivo, eticamente positivo perché trasparente, condivisibile e condiviso. Pensare positivo, in un contesto di “bene comune”, è già prevenire.

Come, quindi, rispondere alla corruzione “percepita”, lasciando ovviamente alla magistratura il compito di perseguire la corruzione “reale”? È il pensiero positivo, in una logica di leadership diffusa.

La legalità, cioè, non è un progetto come tanti, ma un modo di essere. Vero e concreto sfondo di un “servizio pubblico”.