Polemica in un liceo di Roma: una professoressa si sarebbe rifiutata numerose volte di chiamare uno studente transgender con il suo nome di elezione corrispondente all’identità di genere scelta. La denuncia parte dalla Flc Cgil Roma Est Valle dell’Aniene, che ha raccolto la lamentela della madre.
“Sarai sempre una ragazza: lo dice il tuo nome sul registro elettronico”, questo quanto avrebbe ripetuto la docente. Si tratterebbe di un ragazzo fragile che sta affrontando un percorso psicologico ed è in cura con dei farmaci.
La situazione sarebbe peggiorata a febbraio: “Mio figlio è entrato in classe con un adesivo della Palestina attaccato sul volto, per scherzare con i compagni. La professoressa gli ha detto che era strano. Da qui è partito un botta e risposta sul genere da adottare per parlare di lui e sul pronome, concluso con una scritta sulla lavagna: I diritti trans sono diritti umani, aveva scritto mio figlio. Poi i toni si sono alzati: lo studente le ha detto che doveva vergognarsi, che aveva rotto le scatole. Alcuni compagni di classe hanno detto che non sapevano dire chi urlasse di più fra i due. E lei gli ha messo una nota. Ma questo è stato soltanto il primo di una serie di episodi”.
Fino a quando non è arrivata la sospensione. “È successo dopo l’ennesima discussione con la stessa professoressa. È stato sospeso per cinque giorni. Dopo essere stato zittito con una raffica di stai zitta, si alzato ed è uscito dalla classe, gridando un v*******o. Mio figlio è passato come un maleducato che si è permesso di trattare male una povera insegnante. Ma nessuno ha pensato a come si è sentito mio figlio per mesi e a come si sente ancora oggi. Gli è stato chiesto di produrre una memoria difensiva e anche io ho scritto una lettera di sei pagine da indirizzare ai docenti dopo l’accaduto. Chiamato in presidenza a difendersi, mio figlio ha insistito sul fatto che non spettasse a lui chiedere scusa. La vittima sono io, sono io che subisco misgendering, ha detto. Peccato che chi stava raccogliendo le sue dichiarazioni non sapesse neanche cosa volesse dire. Come genitore, ho anche mandato un’email dicendo che offrivo io a mie spese una formazione per la scuola e per gli studenti in merito alle identità di genere. Ma non ho ricevuto neanche risposta”.
L’umiliazione più grande, però, è avvenuta nel periodo in cui aveva le mestruazioni. “Una volta mi ha chiamato da scuola, gli serviva un cambio. Si era macchiato. Aveva chiesto alla docente di andare in bagno, ma lei si è categoricamente rifiutata. E mio figlio ne ha pagato le conseguenze. A molte persone può succedere, soprattutto a quell’età. Ma quando succede a un ragazzo transgender l’umiliazione raddoppia”, continua ancora.
Come riporta Ansa, il sindacato “sente l’urgenza di ricordare che la scuola deve essere un luogo di confronto e crescita, vero e proprio faro nella tutela dei diritti di ogni individuo dove l’educazione al rispetto dell’altro è elemento fondativo. Deve essere, soprattutto, uno spazio inclusivo, capace di promuovere e difendere la dignità di tutte e tutti”.
“Sta soffrendo ogni giorno, da mesi, per una professoressa che si rifiuta di usare i pronomi maschili e di chiamarlo con il nome che ha chiesto di utilizzare”, spiega la mamma del ragazzo a Fanpage.
Lo scorso ottobre il giovane ha fatto coming out e ha chiesto di essere chiamato con un nome maschile a scuola. “Noi, la sua famiglia, gli siamo sempre stati accanto”, dice ancora la madre. Per la Flc Cgil “è compito della dirigenza scolastica garantire la tutela dei diritti delle studentesse e degli studenti in transizione, assicurando un ambiente sereno e rispettoso, nel quale siano pienamente riconosciute dignità, identità e privacy, evitando qualsiasi forma di misgendering. Il comportamento della docente contribuisce invece ad alimentare un clima di esclusione e discriminazione, in aperta contraddizione con i principi di uguaglianza e rispetto che la scuola è chiamata a promuovere”.
Nel liceo in questione non è, però, attiva la carriera alias. “Ci impegniamo a promuovere, anche insieme ai nostri iscritti, ogni iniziativa utile affinché tale misura venga adottata nel più breve tempo possibile”, conclude il sindacato.
La Carriera Alias è un accordo di riservatezza tra la scuola, la giovane persona trans che frequenta la scuola e la sua famiglia, se minorenne; si tratta di una procedura molto semplice, per cui nel registro elettronico viene inserito il nome scelto dalla persona in transizione al posto di quello anagrafico, evitando l’imbarazzo di dover continuamente spiegare la propria situazione e subire possibili episodi di bullismo e prevenendo così un possibile abbandono scolastico. Va ricordato che il nome anagrafico di chi richiede la Carriera Alias rimane quello valido per i documenti ufficiali, come certificati e diplomi.
In Italia il Ministero dell’Istruzione e del Merito non ha mai provveduto a emanare linee guida specifiche per l’attivazione della carriera alias, alle quali le scuole potrebbero fare riferimento per attivare i protocolli. Per come stanno al momento le cose rimane una concessione determinata dalla “sensibilità della dirigenza”.
Al momento (ottobre 2025 ultimi dati aggiornati) sono 475 le scuole che in Italia prevedono nel loro regolamento la Carriera Alias, di cui 466 pubbliche e 6 paritarie (https://www.agedonazionale.org/elenco-scuole-in-italia-con-carriera-alias/), ovvero quasi il 6% degli istituti, diffusi in tutto il territorio italiano.
Per quanto riguarda la situazione della carriera alias nelle università, i risultati più aggiornati sono al settembre 2025 e raccontano di una diffusione significativa ma a macchia di leopardo, dall’Abruzzo alla Toscana dal Veneto alla Sicilia, ma mancano per esempio all’appello la Valle d’Aosta, le Marche e la Calabria.