È giusto dimenticar millenni di pedagogia e di storia del pensiero per creare una Scuola basata unicamente sulla tecnologia?
Una convinzione serpeggia nei corridoi dei sacri palazzi del Potere e nelle scuole italiane: il dogma secondo cui la tecnologia può tutto; anche creare il progresso. E persino sostituire l’impianto degli studi scolastici e universitari come l’umanità li ha conosciuti fin dalla loro istituzione.
A tal convinzione, poi, se ne accompagna un’altra: quella di dover fare tutto ciò che tecnicamente è possibile fare; anche un’arma che può cancellare la vita, o un esperimento che può distrugger l’umanità.
Lo scriveva già nel 1968 — intuendo in anticipo la direzione in cui il mondo era incamminato — il grande filosofo, psicanalista e sociologo Erich Fromm (1900-1980), nel suo La rivoluzione della speranza, che si apriva con queste parole: «Uno spettro si aggira tra noi ma solo pochi lo vedono con chiarezza (…): una società completamente meccanizzata,che ha per scopo la massima produzione materiale e il massimo di consumo e che è diretta dai calcolatori; in questo processo sociale l’uomo, ridotto a una parte della macchina complessiva, è ben nutrito e ben trattato, ma è passivo. (…) Il suo aspetto attuale più sinistro consiste nel fatto che noi stiamo probabilmente perdendo il controllo del nostro stesso sistema. Noi eseguiamo le decisioni che il calcolatore elabora per noi. In quanto esseri umani, miriamo solo a produrre e a consumare sempre di più».
«Non vogliamo e non rifiutiamo niente» aggiungeva Fromm. «Le armi nucleari minacciano di distruggerci e la passività che deriva dall’essere esclusi dalle responsabilità decisionali rischia di provocare la nostra morte interiore. Come ha potuto accadere tutto ciò? (…) Attribuendo un’importanza unilaterale alla tecnica e al consumo materiale, l’uomo ha perso il contatto con se stesso e con la vita. Perduta la fede religiosa e i valori umanistici ad essa legati, l’uomo ha concentrato la sua attenzione sui valori tecnici e materiali e non è stato più in grado di provare profonde esperienze emotive e la gioia e la tristezza che le accompagnano. La macchina costruita dall’uomo è diventata così potente da sviluppare da sola il suo programma, che ora condiziona lo stesso pensiero dell’uomo».
Ciò comporta, secondo Fromm, la fine della speranza di un progresso vero, inteso come avanzamento verso la realizzazione dei bisogni umani (che non possono essere unicamente materiali, ma hanno a che fare con i sentimenti di solidarietà, di fratellanza, di amicizia, di benessere interiore, di amore). Se il progresso è la macchina, e io vi partecipo solo come fruitore di beni materiali e di profitto, non mi resta che la disperazione, dovuta alla rinuncia ai miei sogni: i quali non necessariamente son rappresentati dal consumo compulsivo, dalla corsa agli armamenti e dallo sballo del sabato sera.
Il taylorismo digitale considera gli esseri umani come numeri di un’immensa macchina per il profitto pubblicitario e per controllar bisogni e idee. È lecito inserire anche la Scuola in questa mostruosità? È giusto, in nome del “progresso”, dimenticare che il progresso stesso non è un deus ex machina sceso dal cielo a salvarci, ma un frutto della storia umana (e della storia del pensiero)? Quante “verità assolute” del passato oggi paiono banalità e follia? Quanto potrebbe apparir folle un giorno la protervia della nostra fede assoluta nelle macchine che generano la cosiddetta Intelligenza Artificiale?
Lo capisce solo chi studia la Storia: perché nessuno può andare oltre gli insegnamenti del passato, a meno che non li conosca approfonditamente.
Pertanto il rifiuto dei metodi, degli strumenti didattici, dell’impianto complessivo della Scuola tradizionale, in nome di teorie didattiche di gran moda, non supportate da riscontri scientifici documentati — che richiederebbero decenni di sperimentazione e di vaglio rigoroso, verificato dalla comunità scientifica internazionale — non può migliorare la Scuola. Può, al contrario — come già fa nel nostro bizzarro e contraddittorio Paese — portarla a errare, nel doppio senso dell’errore e del vagabondaggio inane, fuori dalla strada maestra della Storia del pensiero.
«Tutto ciò è valido, naturalmente», scrive Fromm ne La rivoluzione della speranza, «solo se si è d’accordo che il massimo sviluppo del sistema umano in termini della sua stessa struttura — ossia il benessere umano — è il fine supremo».
Se invece il fine supremo — come oggi appare purtroppo evidente — è un altro (ossia il profitto di multinazionali, miliardari, tecnocrati produttori/detentori delle tecnologie informatiche, e la conseguente loro esigenza di plasmare esseri umani profondamente ignoranti, acritici consumatori e spettatori di immagini ipnotiche), lo si dica chiaramente.
La tecnologia certamente può potenziare le facoltà intellettive: ma solo le facoltà intellettive di persone già dotate di una preparazione culturale di base solida, analitica, critica, basata su lettura autonoma e comprensione profonda di molti libri. La base sono le acquisite capacità di ascoltare, parlare, leggere, scrivere e far di conto: senza le quali la persona non è libera e non può esser altro che un consumatore, passivo e manipolato. Chi fa Scuola deve tenerlo a mente, e lottare contro la tendenza a rendere il docente un “facilitatore”, complice di un apprendimento che tale non è, perché vacuo e apparente. Tendenza nefasta, i cui frutti son sempre più evidenti tra i nostri giovani.