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03.05.2026

Prove Invalsi alla primaria: due maestri spiegano alle famiglie a cosa servono davvero

Per far comprendere alle famiglie cosa siano davvero, secondo loro, le prove Invalsi previste proprio nei giorni 5, 6 e 7 maggio, e quale ruolo svolgano nella scuola, Gianluca Gabrielli ed Enrico Roversi, due docenti bolognesi che da anni insegnano alla primaria hanno pubblicato nel blog Quando suona la campanella una interessante lettera indirizzata ai genitori.

Dopo anni di interventi pubblici poco ascoltati, hanno deciso di tornare sull’argomento perché – affermano – è avvenuto un cambiamento significativo: i risultati individuali dei test non saranno più di fatto anonimi, ma entreranno nel fascicolo personale degli studenti, con possibili utilizzi futuri anche per l’accesso all’università o al lavoro.

Gli autori spiegano innanzitutto cosa sono i test Invalsi: prove standardizzate di matematica e comprensione del testo, prevalentemente a risposta multipla, somministrate a tutti gli studenti in modo uniforme e con modalità rigide (tempi prestabiliti, divieto di comunicare, controllo stretto). A differenza delle verifiche scolastiche, queste prove sono costruite per differenziare i risultati e produrre classifiche, non per verificare apprendimenti condivisi all’interno della classe.

Dal punto di vista istituzionale, i dati raccolti vengono utilizzati in forma aggregata per confronti tra scuole, territori e livelli nazionali, e incidono su decisioni come la distribuzione dei fondi o i piani di miglioramento. Tuttavia, secondo gli insegnanti, l’effetto più rilevante è indiretto: i test influenzano profondamente la didattica. Molti docenti, sentendosi valutati in base ai risultati, finiscono per adattare l’insegnamento ai test (“teaching to the test”), introducendo esercitazioni specifiche e materiali editoriali dedicati, a scapito di pratiche educative più ricche e varie.

Gli autori evidenziano anche come nel tempo siano emerse contraddizioni: inizialmente i test venivano presentati come anonimi e non valutativi, ma oggi i risultati individuali vengono registrati ufficialmente. Inoltre, alcune pratiche controverse, come una prova di lettura a tempo per bambini molto piccoli, sono state eliminate senza spiegazioni, dopo anni di critiche.

La parte centrale della lettera è dedicata alle critiche pedagogiche. Le modalità di somministrazione sono considerate artificiali e stressanti, perché eliminano la relazione educativa e pongono i bambini in una situazione di isolamento e controllo, più simile a una selezione che a un momento di apprendimento. I test trasmettono implicitamente l’idea che conti solo la prestazione individuale e la risposta corretta, non il percorso, il confronto o il ragionamento.

Inoltre, essendo scollegati dal lavoro svolto in classe, i test indeboliscono il ruolo dell’insegnamento quotidiano e impongono criteri esterni di valutazione. Questo porta a una progressiva riduzione del curricolo: le discipline e le competenze non misurate (come arte, musica, educazione motoria, ma anche aspetti complessi della lingua come il dialogo o la scrittura) perdono importanza. Anche l’uso massiccio della risposta multipla viene criticato perché abitua a riconoscere soluzioni predefinite anziché sviluppare pensiero autonomo.

Infine, gli insegnanti sottolineano la mancanza di un vero dibattito pubblico e di un’adeguata informazione. Invitano quindi genitori e docenti a mantenere uno spirito critico, a informarsi e, se lo desiderano, a opporsi attraverso strumenti come scioperi o richieste formali. Concludono ponendo una questione di fondo: scegliere tra una scuola che seleziona e classifica gli studenti e una scuola che educa, ascolta e sviluppa il pensiero. Mettere in discussione i test significa, per loro, tenere aperta questa seconda possibilità.

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