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03.05.2026

Studenti “somari” e violenti? Devono intervenire i servizi sociali sui genitori “latitanti” battendo casa per casa: aprire la scuola il pomeriggio non basta

Gli studenti che non vogliono più frequentare la scuola, come quelli con inclinazioni violente, vanno sorretti attraverso i servizi sociali, i quali devono prendere contatto non solo con i giovani a rischio, ma anche con i genitori, per convincerli a comprendere l’importanza dello studio e il valore della formazione: quasi sempre, infatti, lo scoglio maggiore da superare non è il ragazzo svogliato o immotivato, ma il genitore scettico o avverso il sistema scolastico. A pensarla così sono molti psicologi, pedagogisti ed esperti di formazione, ma anche diversi dirigenti scolastici. Come Valeria Pirone, dirigente scolastico dell’Istituto tecnico tecnologico “Marie Curie” di via Argine, quartiere Ponticelli, zona orientale di Napoli, uno dei territori campani a più rischio degrado e violenze.

A colloquio con Adnkronos, la ds ha detto che “il nodo principale restano le famiglie che non si riesce ad intercettare”: secondo la preside “servirebbe, con le risorse adatte, un impegno più “fisico” dei servizi sociali, non soltanto chiamando le centinaia di famiglie con figli assenti a scuola, ma battendo casa per casa, provando a coinvolgere anche i genitori in percorsi formativi gratuiti, così da fargli comprendere concretamente cosa rappresenta la scuola”.

La dirigente Pirone ha aggiunto che “il problema è assai presente nelle famiglie di Napoli est: le scuole si sentono frustrate spesso, non si riesce a raggiungere il destinatario del progetto e dell’impegno, se la famiglia latita, più di tanto non si può“.

Secondo la preside, “il nodo principale è legato alle famiglie che non si riesce ad intercettare: siamo sicuri che anche se si aprissero le scuole di pomeriggio, sarebbero popolate di bambini? Hanno la consapevolezza dell’importanza della scuola?”.

Solo alcuni giorni fa, la dirigente era tra i presenti all’incontro del Comitato per l’ordine e la Sicurezza voluto dal Prefetto di Napoli, Michele Di Bari e al quale ha partecipato anche il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi: al termine dell’incontro, il Prefetto ha lanciato la proposta di un progetto sperimentale – relativo alla zona Ponticelli, Barra, San Giovanni a Teduccio – sull’apertura pomeridiana delle scuole per sottrarre i ragazzi alla strada.

“Voglio essere chiara – ha detto la ds -, già c’è difficoltà a garantire l’ordinario nel funzionamento degli istituti scolastici”, per lo “straordinario” servono risorse ma in modo continuativo, non con interventi spot. In questi anni abbiamo beneficiato di risorse grazie al Pnrr, che hanno lasciato anche l’autonomia alle scuole di programmare eventi, attività, ora queste risorse finiranno”.

“Ci si lamenta dell’esiguità delle risorse per le scuole, anche per la pulizia, la sicurezza e la vigilanza degli ambienti, ci lamentiamo che le risorse non siano sufficienti, quindi ben venga l’impegno condiviso di parrocchie, scuole, forze dell’ordine, terzo settore, è un punto di partenza; ma ho detto loro che il problema è grande, non ci sono slogan o azioni facili”.

La dirigente ha dato l’assenso per le scuole aperte di pomeriggio, ma, ha rimarcato, “in che modo lo facciamo? Serve una cornice formalizzata, servono risorse, serve un progetto che duri nel tempo”.

Tra i fautori per le scuole aperte al territorio fino a sera c’è Mario Rusconi, presidente dell’Anp Roma. La scuola, ha detto, dovrebbe rappresentare “il vero centro sociale e culturale per gli studenti”: nel pomeriggio, spazio non alle materie curricolari, ma a sport, cinema, musica, danza. Un modello già diffuso in molti paesi europei, che in Italia fatica a decollare.

“Nonostante le mie continue sollecitazioni ai parlamentari – ha aggiunto Rusconi -, mi si risponde spesso che mancano i fondi. Eppure, le strutture ci sarebbero: sono attualmente impiegate solo per un quarto della loro vita giornaliera. Quando i ragazzi escono alle 14.00, spesso non hanno punti di riferimento al di fuori del muretto, del bar o, nei casi peggiori, delle piazze dello spaccio”.

Nel frattempo, non si arrestano gli episodi di devianza minorile con studenti sorpresi a portare a scuola armi improprie: qualche settimana fa, uno studente minorenne è stato denunciato dalla polizia a Mirandola, nel Modenese, nel corso di controlli preventivi all’interno di alcune scuole.

A seguito di un controllo svolto all’interno di un istituto di secondo grado, gli agenti – scrive l’Ansa – hanno trovato nello zaino del giovane una riproduzione di uno spadino tipo daga con lama di 28 centimetri, uno sfollagente telescopico e una bomboletta di spray al peperoncino: il minorenne è stato denunciato per porto di armi per cui non è ammessa licenza, è stato riaffidato ai genitori.

Il fenomeno non è solo italiano. Il ministro francese dell’Istruzione, Edouard Geffray, intervistato da radio RTL dopo il caso dell’insegnante pugnalata da un suo alunno il 3 febbraio scorso nel sud del Paese.

Il ministro ha rivelato che solo nel 2025 in Francia sono stati oltre 520 studenti trovati a scuola armati di coltello: “il nostro ruolo – ha detto – è istruire e proteggere, ma tutti devono fare uno sforzo”, ha dichiarato il ministro, secondo cui anche i genitori devono assolutamente ”discutere con i figli della violenza in generale”.

Tra marzo e dicembre 2025, ha detto il Ministro transalpino, sono stati realizzati 1.500 controlli degli zaini all’ingresso delle mura scolastiche. ”E 525 sono stati fermati dalle forze dell’ordine con un coltello”.

Intanto, anche nel Regno Unito si parla di giovani coinvolti in fatti di cronaca nera, in particolare protagonisti di accoltellamenti: l’opinione   pubblica, ma anche il mondo politico, “ripropone sia l’allarme sulla diffusione dei coltelli e della violenza fra i giovanissimi – denunciata unanimemente in Parlamento dal premier laburista Keir Starmer e dai leader di tutti i partiti di opposizione – , sia quello di un’ipotetica radicalizzazione ispirata a modelli jihadisti o di altra origine”.

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