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Quel che resta del tempo

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Il dibattito sulla scuola (ma sarebbe più corretto parlare di monologo) è attualmente molto vivo, tra le esternazioni continue del ministro Bianchi, i lavori degli Stati generali della scuola digitale e l’ennesima riforma della scuola in agguato tra le pieghe del PNRR. Non si parla mai seriamente, invece, della burocrazia dilagante, delle classi pollaio e della sparizione progressiva dei contenuti culturali dalle aule scolastiche. Connesso a queste tre tematiche, è il tempo che resta per l’insegnamento vero e proprio, tolto quello necessario per le attività collaterali (spesso inutili).

Sembra paradossale, ma a scuola non c’è più il tempo per insegnare. A conti fatti, per svolgere i 10 capitoli previsiti di matematica in una classe quarta di liceo scientifico di 25 alunni, tolte le ore per interrogazioni, verifiche scritte, pausa didattica, attività PCTO, assemblee, gite, progetti, festività, attività varie, rimangono circa 70 ore. Un capitolo quindi, va fatto in 7 ore, che diventano 3 e mezza poiché il resto va in esercitazioni e correzione dei compiti per casa. Opzioni per il docente?

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Una è la lezione frontale ottocentesca, con divieto assoluto di intervento da parte degli alunni (non c’è tempo per le domande). Questa metodologia, assolutamente inutile ovviamente, ha (forse) l’indubbio vantaggio di consentire al docente di completare il programma. Il fatto che l’80% degli alunni non abbia capito assolutamente nulla rimane solo un dettaglio da aggiustare in sede di scrutini a suon di “l’alunno si è impegnato”, “l’alunno ha migliorato il profitto rispetto alla situazione di partenza” e simili.

Più realisticamente, il docente deciderà di dialogare con gli alunni. In questo modo l’efficacia della lezione aumenta notevolmente, ma in proporzione inversa all’efficienza in termini di tempo (una lezione dialogata può durare anche il triplo rispetto alla lezione stile monologo) il che vuol dire che il programma didattico viene irrimediabilmente ridotto in quantità e livello di approfondimento.

Ma ci sono altre opzioni. Il docente, relegandosi nel ruolo di facilitatore può schierare gli alunni in suggestivi raggruppamenti geometrici, a ferro di cavallo, a cerchi, a quadrati (tanto ci sono i banchi a rotelle, ci vuole un attimo) e, confidando nei poteri del cooperative learning e del peer tutoring, sperare che il sapere autoprodottosi per partenogenesi nelle menti dei più dotati si moltiplichi, diffondendosi nelle menti di tutti gli altri. Oppure il docente può sempre ribaltare i ruoli (flipped classroom) facendosi spiegare lui la lezione dagli alunni autodidatti, con l’ulteriore vantaggio di risparmiare sui costi della propria formazione professionale, generosamente erogata dai propri alunni. Tutte queste moderne metodologie, se ben attuate, hanno anche qualche efficacia, peccato però che l’efficienza, in termini di tempo, coli letteralmente a picco poiché queste attività collaborative moltiplicano i tempi a dismisura.

L’uso delle tecnologie informatiche, poi, tra inefficienze e metodologie tanto diffuse quanto prive di ogni evidenza scientifica di efficacia, spesso hanno come unico effetto uteriori perdite di tempo.

Alla luce di ciò, e davanti alla constatazione del declino delle competenze di base degli alunni, come si può puntare surrettiziamente il dito contro l’incompetenza dei docenti? Più onestamente, si dovrebbe constatare che a scuola non c’è più il tempo per trasmettere le conoscenze (è ora di restituire valore e dignità a questa espressione) fondamenta di qualsiasi competenza, né tantomeno quello per far evolvere naturalmente le conoscenze in competenze, processo, quest’ultimo, che non si può abbreviare o annullare, illudendosi di “insegnare” le seconde senza fornire le prime. Non c’è più il tempo per permettere a docente ed alunno di interagire intimamente, di instaurare quel dialogo che si nutre di relazione, di silenzi, di cinesica, che sono il “nastro trasportatore” dei saperi. Lo studio e l’accrescimento interiore richiedono tempi lunghi, atmosfere stimolanti ma rilassate, non tempi misurati con il cronometro e frenesia da catena di montaggio. Nessuna metodologia didattica, nuova o vecchia che sia, per quanto efficace sulla carta, può dare qualsivoglia risultato se viene negata la premessa fondamentale su cui si fonda e cioè, banalmente, il tempo per poter essere realizzata. Noi del gruppo “La nostra scuola”, estensori del “Manifesto per la nuova scuola”, riteniamo che classi di 15 alunni, l’eliminazione dei PCTO, la riduzione drastica dei progetti, permetterebbero già un significativo recupero del tempo da dedicare all’insegnamento e quindi di ridare efficacia, identità e dignità alla scuola. Se non si parte da qui, ogni discussione sulla scuola è velleitaria e vuota. Un’ultima riflessione anche sulla formazione dei docenti, resa permanente ed obbligatoria dalla legge sulla Buona scuola. Sarebbe cosa buona e giusta, se di formazione vera si trattasse. Ma siccome nel nostro paese la burocrazia non è un mezzo per fare cose, ma è un mostro che si sostituisce alle cose, il risultato è stato la proliferazione dei “corsifici” che,  in cambio di per lo più inutili corsi, (dove le cose che contano meno sono i contenuti e la misura in cui essi vengono acquisiti dai docenti) vengono remunerati direttamente dallo Stato o dai soldi della Carta del docente, che sempre dello Stato sono. La stragrande maggioranza dei corsi sono relativi alle nuove metodologie didattiche, quasi sempre inutili, sia le metodologie, sia i corsi. Non vogliamo colleghi che ci spieghino come fare presentazioni Power Point, o che ci rispieghino la nostra disciplina, o che ci facciano vedere come si usa una tavoletta grafica, o come mettere insieme una lezione accattivante (perché siamo tutti bravi a farne una da un’ora, su un argomento che si presta, impiegandoci una settimana a prepararla). Vorremmo invece veri esperti di didattica, ricercatori sul campo, che illustrino sulla base della letteratura scientifica, le pratiche efficaci e quelle erronee associate alla lezione frontale dialogica, che è ancora la vera colonna portante della didattica, checché ne dicano i novelli esperti di didattica del Ministero dell’Econ…ops, pardon, dell’Istruzione.

Enrico Campanelli