Secondo Giovanni Castaldi, psicanalista, drammaturgo, docente di arteterapia all’Accademia delle Belle arti di Torino, i giovani di oggi vivono immersi in una comunicazione che amplifica allarmi, violenze, guerre. Un flusso continuo di negatività che, come lui stesso ricorda, alimenta un “pessimismo cosmico” difficile da contrastare senza offrire nuovi riferimenti simbolici. Per questo, sostiene, ragazzi e ragazze hanno bisogno di eroi contemporanei, di storie in cui specchiarsi e attraverso cui dare forma ai propri desideri, alle fatiche, ai tentativi di riscatto.
Castaldi guarda a scuola e famiglie come ai due principali protagonisti di questa sfida educativa. I docenti, dice, non possono essere lasciati soli ad affrontare disillusione, apatia, episodi di violenza e bullismo. Le famiglie, dal canto loro, faticano sempre più a porre quei “no salvifici” che aiutano a tracciare confini e a costruire identità solide. È nell’incontro tra pari e con adulti autorevoli – ribadisce – che i giovani trovano la strada, purché accompagnati da narrazioni capaci di alimentare speranza e padronanza di sé.
Oggi però i sogni, l’immaginazione, la spinta ideale sembrano indeboliti. I giovani guardano alla realtà con grande concretezza, puntano al successo professionale, alla cura del corpo, al tempo libero. Una ricerca legittima, certo, ma che rischia di lasciare in ombra quell’orizzonte trasformativo che, in altre epoche, animava intere generazioni.
Esiste però un’altra gioventù: quella che si mobilita per il clima, che crea, che sperimenta linguaggi artistici e sportivi. È qui che Castaldi individua un possibile antidoto alla fragilità crescente: la riscoperta del mito attraverso la cultura sportiva, in particolare il pugilato. La boxe – afferma – non è semplice sport da contatto, ma una narrazione potente di riscatto, disciplina, rispetto dell’avversario. L’abbraccio finale sul ring diventa un gesto simbolico che parla ai ragazzi più di molte lezioni frontali.
Da questa consapevolezza nasce il lavoro che Castaldi porta avanti insieme alla docente ed educatrice Federica Guglielmini, volto a introdurre la cultura della boxe nelle scuole attraverso teatro, progetti laboratoriali e materiali scientifici. Perché conoscere la “nobile arte” significa anche imparare a gestire il conflitto, a misurarsi con i propri limiti, a riconoscere l’altro.
“Se la boxe – conclude – da pratica brutale è diventata simbolo di riscatto, allora offre una risposta educativa preziosa. È nostro compito portarla ai ragazzi, per dare loro storie, etica e strumenti per affrontare il ring della vita”.