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Aggiornato il 15.09.2025
alle 10:24

Ragazzina di 12 anni violentata a Sulmona; e c’è chi pensa di affrontare il problema con un po’ di “educazione affettiva”

L’ultimo episodio che riportano le cronache arriva da Sulmona: abusano di una dodicenne, filmano tutto e diffondono sui loro gruppi WhatsApp.
I protagonisti sono un diciottenne e un quattordicenne a carico dei quali è già in corso una indagine della Procura con l’accusa di violenza sessuale aggravata.

Fin qui le notizie che si hanno in questo momento.
E c’è da giurare che nelle prossime ore non mancheranno gli interventi della politica per sottolineare che a scuola bisogna insistere con l’educazione alla affettività, alla sessualità e così via.
Permettetemi di dire che adesso basta, sarebbe ora di smetterla con tutta questa ipocrisia a buon mercato.
Ma davvero possiamo pensare che qualche lettura edificante o qualche lezione occasionale di un pur bravo psicologo possano davvero servire a contrastare comportamenti che hanno radici sociali e culturali profonde, radicati spesso in modi di vivere e di pensare che nascono e si sviluppano in contesti familiari “malati”?
Il punto è, ci sembra, che sempre più mancano reti familiari, amicali, sociali, di quartiere.
Fino ad alcuni decenni addietro le parrocchie svolgevano un ruolo sussidiario importante, soprattutto nei periodi di chiusura delle scuole.
Ormai di reti ce ne sono sempre meno e tutto viene demandato (anzi, scaricato) sulla scuola dalla quale si pretende una formazione a 360 gradi comprensiva di educazione affettiva, sessuale, alimentare, stradale e chi più ne ha più ne metta (di tanto in tanto arrivano in Parlamento proposte di legge tanto singolari quanto strampalate, come quella per introdurre l’educazione al vino).
E quasi sempre fornendo indicazioni quanto meno discutibili sotto il profilo pedagogico, come ci è toccato leggere e sentire più di una volta: l’educazione affettiva deve consentire di acquisire veri e propri apprendimenti e i risultati devono “fare media” con le altre materie.
Come se si potesse dire a Luigino: “Hai 8 di latino perché traduci bene Catullo e Cicerone, ma devo darti 4 di educazione affettiva perché continui a prendere in giro le tue compagne di classe che si vestono con le gonne lunghe e non con le minigonne; ma la media fa 6, quindi va bene così”.
E forse sarebbe anche il caso di chiedersi se, in talune circostanze, non si debbano chiamare in causa i genitori anche sotto il profilo legale: l’uso smodato di social e cellulari non nasconde forse carenze educative a livello familiare?
Ma è possibile che un ragazzino di 14 anni abbia le chat piene di video “strani” senza che nessun adulto se ne accorga?
Mentre stavamo scrivendo questa nota è arrivata la notizia che i due ragazzi di Sulmona appartengono a due famiglie non italiane, pur essendo nati e cresciuti entrambi in Italia.
Non crediamo che questo cambi la sostanza del ragionamento, anzi, semmai lo avvalora.
Anche l’”integrazione” dei giovani stranieri non può essere demandata alla scuola in toto: e usiamo le virgolette a ragion veduta, per significare che non basta (anzi è forse persino sbagliato) “farli diventare italiani” raccontandogli la storia del Martiri di Belfiore e gli atti eroici di Enrico Toti ed Ettore Fieramosca, come suggeriscono le nuove Indicazioni nazionali per il primo ciclo.

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