Ci sono aggiornamenti sul caso dell’aggressione a morte avvenuta in una scuola di La Spezia lo scorso venerdì 16 gennaio, costata la vita ad un diciottenne, accoltellato da un compagno di scuola diciannovenne. Si va infatti verso la perizia psichiatrica per quest’ultimo.
Come riporta Il Corriere della Sera, secondo il legale del ragazzo “è una persona con un passato di grandi sofferenze, lasciato da solo in Marocco fino ai 15 anni, poi tornato prima del Covid e ritornato dopo la pandemia — ha aggiunto il legale —. Una persona che si sente isolata, con poche amicizie, in passato dedito ad autolesionismo. Tutto lascia pensare ci sia lo spazio per una perizia psichiatrica, ne parleremo con il pubblico ministero. Per assurdo trovo che la misura cautelare in carcere sia oggi la soluzione che meglio possa difendere Zouhair da sé stesso”.
Nel frattempo il Gip del tribunale della Spezia ha confermato la custodia cautelare in carcere per il ragazzo.
Nell’istituto è stato attivato il protocollo di supporto psicologico per studenti e studentesse, previsto dal ministero per aiutarli ad affrontare eventi traumatici come quello che si è verificato lo scorso venerdì. La dirigente scolastica ha scritto una lettera a studenti e famiglie, parlando di “giorni di dolore condiviso, grazie anche al supporto psicologico attivato”.
“Saranno giorni in cui impegnarci per essere concretamente vicini alla famiglia di Abanoub. Voglio rassicurare le famiglie grazie al costante supporto del ministro Valditara e di tutte le istituzioni deputate, le misure messe in atto garantiranno la sicurezza dei ragazzi. Agli studenti, chiedo di dare il conforto ai loro professori ed a tutto il personale scolastico, scossi come voi da questa terribile tragedia. Abbiamo bisogno di voi”.
Inutile dire che il fatto ha generato sconforto e copiose reazioni. Il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara parla di installare metal detector nelle scuole, per evitare l’uso di armi bianche a scuola. “Metal detector nelle scuole a rischio. È necessario ripartire dai principi di base e dal rispetto. La scuola deve insegnare ai ragazzi a superare frustrazioni e sconfitte. Educare al rispetto significa prevenire la violenza”, queste le sue parole a Il Quotidiano Nazionale e a Il Giornale.
Ma non tutti sono d’accordo: “La sicurezza nelle scuole non può essere una bandiera da agitare solo quando accade un caso gravissimo come quello di La Spezia. Se davvero la risposta alla violenza è l’educazione, chiedo al ministro Valditara perché si continua a tagliare risorse alla scuola pubblica. Si parla di rispetto, di regole, di autorevolezza. Ma intanto viene ridotto il tempo scuola, si tagliano gli organici svuotando le scuole di personale, si indeboliscono ogni giorno di più quei presìdi educativi che dovrebbero prevenire proprio ciò che oggi Valditara e il governo Meloni dicono di voler combattere. Affermano che il problema sono i social e il loro uso distorto. Benissimo. Allora perché non hanno mai investito seriamente nell’educazione digitale? Quella che nelle scuole già esiste solo grazie all’impegno di docenti e comunità educanti, senza risorse, senza formazione strutturata, senza riconoscimento. Se è una priorità, perché non la rendono tale anche nei fatti? Valditara parla di disagio, di fragilità, di relazioni spezzate. Ma l’educazione affettiva dov’è? Perché non viene introdotta in modo serio, continuo, laico, invece di essere rinviata alle famiglie o usata come spauracchio ideologico? E mentre predica responsabilità e rispetto delle regole, il governo procede con il dimensionamento scolastico, creando scuole sempre più grandi, più lontane dai territori, più difficili da governare, meno capaci di costruire relazioni significative”, così la senatrice M5S Barbara Floridia.
“È questa l’idea di scuola autorevole che ha in mente Valditara? Nessuno nega la gravità della violenza né cerca colpe individuali. Ma proporre una ‘rivoluzione culturale’contro il ‘vietato vietare’ è una comoda semplificazione ideologica. Serve a spostare l’attenzione dalle scelte politiche concrete: meno investimenti, meno presenza educativa, meno cura quotidiana. Quanto ai metal detector: se sono le scuole, nella loro piena autonomia e in dialogo con il territorio e la comunità scolastica, a valutare misure specifiche, se ne può discutere. Ma no a scuole trasformate in caserme o in aeroporti. No a istituti blindati come se il problema fosse solo la sicurezza e non il senso di ciò che si vive dentro quelle mura. Davvero pensiamo che la violenza dipenda solo dall’oggetto? Oggi è un coltello portato da casa, domani può essere qualsiasi oggetto trovato a scuola. La violenza non nasce da ciò che si ha in tasca: nasce dal vuoto educativo, relazionale e sociale. Le misure di controllo e di repressione possono forse tamponare, ma non educano. E i soldi spesi per le armi andrebbero investiti altrove: più personale ATA, più tempo scuola, classi meno affollate, educazione digitale e affettiva strutturata, psicologi presenti e stabili nelle scuole, non interventi spot. Se Valditara crede davvero nell’educazione, smetta di evocarla solo nelle interviste. Inizi a finanziarla, a rafforzarla, a rispettarla. Si tenga i metal detector e dia alla scuola pubblica più insegnanti e più risorse”, ha concluso.
“Da anni – dice Gianna Fracassi, di Flc Cgil – denunciamo il progressivo definanziamento del sistema pubblico di istruzione: tagli agli organici, accorpamenti degli istituti, precarizzazione del lavoro, carichi sempre maggiori su docenti, dirigenti e personale ATA, a fronte di una crescente complessità sociale e educativa. In questo contesto, il lavoro di chi opera nella scuola assume spesso i tratti di eroismo quotidiano, che continua però a non essere riconosciuto né valorizzato, neppure dal punto di vista economico e contrattuale”.
Per la dirigente sindacale: “Servono più insegnanti, più personale ATA, più risorse per affrontare il disagio giovanile. Occorre superare una logica che tende a controllare le studentesse e gli studenti invece di ascoltarli. La scuola pubblica deve essere messa nelle condizioni di svolgere pienamente la propria funzione educativa, inclusiva ed emancipatrice. Non può essere lasciata sola né trasformata in luogo di controllo e repressione. Dare senso a questa tragedia immane significa, per una volta, evitare semplificazioni o scorciatoie politiche”.
“Non servono – continua Fracassi – metal detector, classificazioni arbitrarie di ‘scuole a rischio’, né narrazioni tossiche che richiamano etnie o alimentano paura e stigmatizzazione. Servono politiche strutturali e investimenti. Vorremmo discutere di un grande piano di risorse nella scuola pubblica, del potenziamento degli organici docenti e ATA, del rafforzamento delle sinergie con le altre agenzie pubbliche, dal servizio sanitario ai servizi sociali e dell’introduzione dell’educazione sessuo-affettiva come parte integrante del curriculum scolastico”.
“Serve una risposta all’altezza della complessità del presente, che rimetta al centro le adolescenti e gli adolescenti, la scuola e il loro ruolo fondamentale nella società. Una risposta che faccia sentire davvero studentesse e studenti e comunità scolastiche al centro dell’agenda politica e dell’interesse collettivo”, conclude Fracassi.
Su questo si è espressa anche la sottosegretaria Frassinetti: “Trovo strumentali certe posizioni preconcette dell’opposizione che si cimenta in teorie su l’inutilità dell’installazione dei metal detector nelle scuole. Queste misure, come ha ben precisato il Ministro Valditara, si adotterebbero solo su iniziativa del dirigente scolastico di concerto con la prefettura; non vogliamo trasformare le scuole in bunker ma dotarle di strumenti di sicurezza laddove ci sia una valutazione del pericolo da parte di chi conosce i problemi della scuola e di quel territorio. Siamo consapevoli che l’educazione ai valori sia fondamentale per contrastare gli atteggiamenti violenti dei ragazzi e a tal proposito l’educazione al rispetto è il pilastro delle linee guida dell’educazione civica”.
Questo Governo e il Ministero dell’Istruzione e del merito sono intervenuti con misure concrete per tutelare il personale scolastico con la reintroduzione del voto in condotta, l’inasprimento di pena per chi usa violenza sul personale scolastico. Inoltre con la nuova legge su bullismo e cyber bullismo sono state affidate alle scuole iniziative più efficaci per individuare e contrastare chi compie azioni di bullismo. Puntiamo molto sulla prevenzione, sull’educqzione alla cultura del rispetto e sulla formazione dei docenti che devono interloquire con ragazze e ragazzi fragili e troppo spesso vittime dell’uso indiscriminato dei social ed è per questo che si potranno anche avvalere del supporto degli psicologi. Per affrontare questa situazione complessa non servono strumentalizzazioni ma senso di responsabilità e consapevolezza che debbano essere usati gli strumenti più efficaci per tutelare i nostri giovani e proteggerli dalla violenza”, questo quanto dichiara Paola Frassinetti, sottosegretaria all’istruzione e al merito.
A Il Giornale, Valditara ha detto: “È un fatto tremendo. La fine atroce di questo ragazzo ha commosso tutti. Siamo vicini ai suoi genitori, alla sua famiglia, al loro grande dolore. E personalmente plaudo a quell’insegnante coraggioso che ha affrontato a mani nude l’aggressore e l’ha disarmato. Merita un encomio”.
“È calato drasticamente il numero delle aggressioni ai docenti. Due anni fa, nei primi 4 mesi dell’anno furono 19, l’anno scorso salirono a 20, quest’anno nei primi cinque mesi sono state solo quattro”, ha aggiunto. Secondo Valditara c’è un problema di pedagogia: “Noi veniamo da 50 anni di teorie sociologiche e pedagogiche che hanno fatto danni. Ricorderà slogan come “vietato vietare”, l’idea che i ‘no’ fossero ‘repressivi’. La sanzione fosse sempre inutile o dannosa. I limiti e i confini fra il proprio sé e l’altro fossero sbagliati. La società dei soli diritti, senza doveri. Idee che hanno creato molti danni”.
“Io lo avevo avuto allievo il giorno prima della tragedia — ha raccontato un docente a Il Corriere della Sera — e mi era sembrato uno studente come tutti gli altri. Seguiva la lezione con attenzione, e se pur musulmano, frequentava l’ora di religione. Nessuno si è accorto che avesse portato a scuola un coltello. Anche perché è vietato a noi insegnanti perquisire i ragazzi. So che su sollecitazione del ministero arriveranno gli ispettori, ma c’è poco da ispezionare, noi docenti abbiamo le mani legate e qui può entrare ogni cosa”.