Ogni anno, con l’approssimarsi della fine delle attività didattiche nel mese di giugno, nelle aule delle scuole italiane si ripete la medesima, dolorosa scena. Gli studenti si avvicinano alla cattedra e rivolgono una domanda tanto semplice quanto disarmante: «Prof, ma lei ci sarà il prossimo anno?».
Come si può spiegare a dei ragazzi che il merito, la dedizione e la continuità pedagogica devono cedere il passo a un sistema burocratico che azzera ciclicamente i percorsi umani e professionali? Mi verrebbe spontaneo rispondere con un sorriso, rassicurandoli sul fatto che li accompagnerò fino all’esame di Maturità, costruendo insieme un percorso formativo solido e coerente. E invece, ogni anno, mi ritrovo a vivere quel momento con un profondo nodo alla gola, impossibilitato a dare certezze.
Parlo a nome mio, un docente di 33 anni originario di Cosenza ma che lavora nell’estremo Nord del Paese, affrontando sacrifici enormi in totale solitudine. Offro questa testimonianza anche a nome di migliaia di colleghi fuorisede che condividono la mia stessa identica condizione di precarietà strutturale. Parliamo di professionisti inseriti a pieno titolo nella Prima Fascia delle Graduatorie Provinciali per le Supplenze (GPS), che hanno ampiamente maturato il requisito delle tre annualità di servizio statale, così come espressamente previsto e tutelato dalla Direttiva Europea 1999/70/CE sul lavoro a tempo determinato. Docenti che hanno operato all’interno delle istituzioni scolastiche in modo impeccabile, senza mai aver ricevuto alcun richiamo disciplinare o aver riscontrato problematiche con il mondo dell’istituzione. A ciò si aggiunge la frustrazione di chi affronta concorsi ordinari caratterizzati da quesiti estremamente complessi e mai attinenti al campo di lavoro reale, per poi trovarsi esclusi dal vero ruolo di docente da una semplice X crocetta.
Dietro questa instabilità contrattuale si nasconde una realtà quotidiana durissima e logorante. Signor Ministro, siamo lavoratori che si trasferiscono a mille chilometri da casa senza usufruire di alcun diritto di welfare specifico, senza alcun contributo o agevolazione per i costi insostenibili degli affitti, lasciati completamente soli. Una solitudine che diventa drammatica persino nella gestione delle necessità più elementari, come i problemi di salute: se un docente fuorisede accusa improvvisi dolori o malanni fisici, deve affrontare tutto senza una rete familiare e senza tutele strutturali. Si comprende chiaramente quanto sia immane lo sforzo richiesto per svolgere un lavoro fondamentale che, a causa di normative farraginose e frammentarie, sembra configurarsi come un tunnel di sacrifici senza una fine visibile.
Davanti a questo scenario, sorge spontanea una domanda che Le pongo con il massimo rispetto istituzionale, ma con altrettanta fermezza: ci sarà mai un giorno in cui chi ama veramente questo lavoro, operando con passione e dedizione assoluta e avendo dedicato la propria vita allo studio, potrà finalmente servire il mondo dell’istruzione con stabilità?
Risulta difficile comprendere le ragioni per cui, in altri comparti dello Stato – come ad esempio quello della Difesa –, l’accesso tramite concorso pubblico garantisca l’immediata stipula di un contratto a tempo indeterminato, offrendo una prospettiva di stabilità a giovani di 18, 19 o 20 anni spesso in possesso del solo diploma di scuola secondaria. Al contrario, noi docenti – che affrontiamo un percorso di studi e specializzazione doppio, se non triplo, investendo tempo e risorse in lauree, abilitazioni e titoli speciali – restiamo relegati a una dimensione di contratti brevi, frammentati e saltuari, costretti a sperare di anno in anno in un mutamento delle politiche di reclutamento.
La Costituzione Italiana sancisce solennemente il diritto a un lavoro dignitoso e l’obbligo della Repubblica di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana. L’attuale assetto del reclutamento scolastico non risponde più a questi principi: non tutela i diritti dei lavoratori e, cosa ancor più grave, non garantisce il diritto degli studenti a una didattica continua e stabile. Investire concretamente sui giovani e sulle loro professionalità rappresenta il primo, imprescindibile passo per edificare un futuro reale e duraturo in questa nazione. È dunque urgente procedere a una riforma strutturale del sistema, valorizzando l’esperienza maturata sul campo e prevedendo un canale di stabilizzazione che attinga direttamente dalla Prima Fascia GPS e valorizzi gli anni di servizio effettivo.
A tutti gli studenti che ogni anno sono costretto a lasciare con profondo rammarico, auguro tanta fortuna e determinazione.
La stessa determinazione che io, a 33 anni, conservo intatta per costruirmi un futuro nel mondo e per continuare a edificare l’arma più potente di cui dispone la società: l’istruzione. Chi si adopera quotidianamente per forgiarla merita rispetto e stabilità.
Andrea Michele Buccieri