Prima Ora - Notizie dell'11 giugno 2026

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Reclutamento e continuità didattica

Ogni anno, con l’approssimarsi della fine delle attività didattiche nel mese di giugno, nelle aule delle scuole italiane si ripete la medesima, dolorosa scena. Gli studenti si avvicinano alla cattedra e rivolgono una domanda tanto semplice quanto disarmante: «Prof, ma lei ci sarà il prossimo anno?».

Come si può spiegare a dei ragazzi che il merito, la dedizione e la continuità pedagogica devono cedere il passo a un sistema burocratico che azzera ciclicamente i percorsi umani e professionali? Mi verrebbe spontaneo rispondere con un sorriso, rassicurandoli sul fatto che li accompagnerò fino all’esame di Maturità, costruendo insieme un percorso formativo solido e coerente. E invece, ogni anno, mi ritrovo a vivere quel momento con un profondo nodo alla gola, impossibilitato a dare certezze.

Parlo a nome mio, un docente di 33 anni originario di Cosenza ma che lavora nell’estremo Nord del Paese, affrontando sacrifici enormi in totale solitudine. Offro questa testimonianza anche a nome di migliaia di colleghi fuorisede che condividono la mia stessa identica condizione di precarietà strutturale. Parliamo di professionisti inseriti a pieno titolo nella Prima Fascia delle Graduatorie Provinciali per le Supplenze (GPS), che hanno ampiamente maturato il requisito delle tre annualità di servizio statale, così come espressamente previsto e tutelato dalla Direttiva Europea 1999/70/CE sul lavoro a tempo determinato. Docenti che hanno operato all’interno delle istituzioni scolastiche in modo impeccabile, senza mai aver ricevuto alcun richiamo disciplinare o aver riscontrato problematiche con il mondo dell’istituzione. A ciò si aggiunge la frustrazione di chi affronta concorsi ordinari caratterizzati da quesiti estremamente complessi e mai attinenti al campo di lavoro reale, per poi trovarsi esclusi dal vero ruolo di docente da una semplice X crocetta.

Dietro questa instabilità contrattuale si nasconde una realtà quotidiana durissima e logorante. Signor Ministro, siamo lavoratori che si trasferiscono a mille chilometri da casa senza usufruire di alcun diritto di welfare specifico, senza alcun contributo o agevolazione per i costi insostenibili degli affitti, lasciati completamente soli. Una solitudine che diventa drammatica persino nella gestione delle necessità più elementari, come i problemi di salute: se un docente fuorisede accusa improvvisi dolori o malanni fisici, deve affrontare tutto senza una rete familiare e senza tutele strutturali. Si comprende chiaramente quanto sia immane lo sforzo richiesto per svolgere un lavoro fondamentale che, a causa di normative farraginose e frammentarie, sembra configurarsi come un tunnel di sacrifici senza una fine visibile.

Davanti a questo scenario, sorge spontanea una domanda che Le pongo con il massimo rispetto istituzionale, ma con altrettanta fermezza: ci sarà mai un giorno in cui chi ama veramente questo lavoro, operando con passione e dedizione assoluta e avendo dedicato la propria vita allo studio, potrà finalmente servire il mondo dell’istruzione con stabilità?

Risulta difficile comprendere le ragioni per cui, in altri comparti dello Stato – come ad esempio quello della Difesa –, l’accesso tramite concorso pubblico garantisca l’immediata stipula di un contratto a tempo indeterminato, offrendo una prospettiva di stabilità a giovani di 18, 19 o 20 anni spesso in possesso del solo diploma di scuola secondaria. Al contrario, noi docenti – che affrontiamo un percorso di studi e specializzazione doppio, se non triplo, investendo tempo e risorse in lauree, abilitazioni e titoli speciali – restiamo relegati a una dimensione di contratti brevi, frammentati e saltuari, costretti a sperare di anno in anno in un mutamento delle politiche di reclutamento.

La Costituzione Italiana sancisce solennemente il diritto a un lavoro dignitoso e l’obbligo della Repubblica di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana. L’attuale assetto del reclutamento scolastico non risponde più a questi principi: non tutela i diritti dei lavoratori e, cosa ancor più grave, non garantisce il diritto degli studenti a una didattica continua e stabile. Investire concretamente sui giovani e sulle loro professionalità rappresenta il primo, imprescindibile passo per edificare un futuro reale e duraturo in questa nazione. È dunque urgente procedere a una riforma strutturale del sistema, valorizzando l’esperienza maturata sul campo e prevedendo un canale di stabilizzazione che attinga direttamente dalla Prima Fascia GPS e valorizzi gli anni di servizio effettivo.

A tutti gli studenti che ogni anno sono costretto a lasciare con profondo rammarico, auguro tanta fortuna e determinazione.
La stessa determinazione che io, a 33 anni, conservo intatta per costruirmi un futuro nel mondo e per continuare a edificare l’arma più potente di cui dispone la società: l’istruzione. Chi si adopera quotidianamente per forgiarla merita rispetto e stabilità.

Andrea Michele Buccieri

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