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Regionalizzazione, ecco cosa potrebbe accadere

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Con la modifica del Titolo V della Costituzione approvata sul finire della XVIII Legislatura, si ridefinisce il Rapporto tra lo Stato e le Regioni, si amplia la potestà legislativa di queste ultime e si cancella il concetto di interesse nazionale, introducendo un concetto di diversità costituzionalmente compatibile.
Le regioni del Nord, si dice, danno allo Stato in termini di proventi tributari molto di più di quanto ricevono in termini di risorse pubbliche. Quindi devono avere un ritorno maggiore, anche perché il Mezzogiorno è ritenuto “assistenzialista, sprecone, parassita, clientelare”. Meglio dare le risorse a chi ne ha in primo luogo diritto, che poi le userà meglio…
Si palesa fortemente una “Questione Settentrionale”, dove tutto è dovuto mentre a quella  Meridionale si continuano ad imporre  numerosi sacrifici in termini di risorse umane ed economiche e tutto ciò accade tra il totale disinteresse della politica locale.

Con questo scenario non è difficile prevedere privilegi fiscali e quote riservate nell’assegnazione delle risorse e la creazione di un contesto in cui ci sono cittadini di serie A e serie B, con ripercussioni notevoli nei settori della PA, soprattutto per quanto riguarda il SSN e l’istruzione.

È doveroso evidenziare come il GAP mai colmato tra Nord e Sud si stia ulteriormente allargando soprattutto a causa dei tagli mascherati da riforme.

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Si parla di un’Offerta Formativa discrepante, tra cui l’attesa infinita del tempo pieno, introdotto in un lontano 1975 e del potenziamento, sparito magicamente, nonostante contenuto nella 107/15, legge ancora in vigore.  Entrambi riqualificherebbero la didattica e contribuirebbero anche al raggiungimento degli obiettivi in modo più solido, combattendo la dispersione scolastica, vera e propria piaga in alcune zone a rischio del Meridione.

Gli insegnanti assunti dalla Buona scuola, inoltre, sono l’ennesimo esempio di quel fenomeno di migrazioni delle popolazioni meridionali che depaupera i nostri territori di risorse umane, professionali ed economiche; le cifre sono impressionanti: 23000 insegnanti bruciano gli stipendi in affitti, tratte aeree e sopravvivenza al nord depauperando, così, le regioni meridionali.
L’attuale mancanza di investimenti scolastici, l’assenza di ricadute sul mercato del lavoro e la carenza dei servizi pubblici essenziali condizionano già la vita dei cittadini meridionali. Senza investimenti e con il continuo travaso di risorse, si costringerà un immenso territorio ad una lenta quanto “organizzata” povertà sociale.
Le conseguenze dello spopolamento geografico sono in atto perché moltissimi giovani lasciano il meridione in massa, in cerca di prospettive migliori.

La Scuola unica su tutto il territorio ha il dovere di investire a trecentosessanta gradi sulle nuove generazioni anziché conformarsi a politiche liberiste, di tagli e spoliazioni economico – sociali.

Comitato nonsisvuotailsud