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Regionalizzazione Istruzione, tappe forzate per approvarla in Veneto: era scritto nel contratto di Governo

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Quello dell’autonomia del Veneto è un progetto di legge da imporre a tappe forzate. A pensarla così sono entrambi i leader dei partiti di maggioranza: Matteo Salvini e Luigi Di Maio. I quali concordano sul fatto che già entro la fine dell’anno si dovrà approvare il dossier del Veneto, la prima regione italiana che ha fatto richiesta al Governo per gestire autonomamente diverse funzioni, scuola compresa.

La “conversione” del M5S

Ma se per gli elettori del Carroccio il progetto non fa una piega, qualche dubbio potrebbero avere quelli del Movimento 5 Stelle. Anche perchè, come ha già fatto notare La Tecnica della Scuola, “in campagna elettorale il M5S non aveva mai parlato, attraverso il suo leader, Luigi Di Maio di regionalizzazione dell’Istruzione e di una decisa spinta autonomista su alcune materie come la Scuola, l’Università e la Ricerca”.

Tuttavia, sul finire del 2018 l’on. Luigi Di Maio si è espresso in modo assai chiaro: il 1° dicembre in visita a Spresiano, vicino Treviso, ha detto che “nei vari consigli dei ministri di dicembre occorre affrontare questo tema. L’autonomia del Veneto si deve dare il prima possibile, perché i veneti hanno votato un referendum che non deve essere disatteso“. Quindi, “non perderemo o prenderemo tempo: i veneti avranno l’autonomia in tempi certi“.

In mezzo alla notizia

Gli ha fatto eco il leader leghista, Matteo Salvini, annunciando che “nelle prossime settimane inizieremo il percorso, passeremo dalle parole ai fatti, come previsto dal contratto di Governo“.

Quindi, la regionalizzazione era prevista? Salvini non dice bugie.

Cosa era scritto nel contratto di Governo

A pagina 36 e 37 del contratto di Governo M5S-Lega leggiamo: “Sotto il profilo del regionalismo, l’impegno sarà quello di porre come questione prioritaria nell’agenda di Governo l’attribuzione, per tutte le Regioni che motivatamente lo richiedano, di maggiore autonomia in attuazione dell’art. 116, terzo comma, della Costituzione, portando anche a rapida conclusione le trattative tra Governo e Regioni attualmente aperte. Il riconoscimento delle ulteriori competenze dovrà essere accompagnato dal trasferimento delle risorse necessarie per un autonomo esercizio delle stesse. Alla maggiore autonomia dovrà infatti accompagnarsi una maggiore responsabilità sul territorio, in termini di equo soddisfacimento dei servizi a garanzia dei propri cittadini e in termini di efficienza ed efficacia dell’azione svolta”.

Sempre il contratto del Cambiamento dell’esecutivo in carica, predisposto sul finire della primavera scorsa, riportava: “Questo percorso di rinnovamento dell’assetto istituzionale dovrà dare sempre più forza al regionalismo applicando, regione per regione, la logica della geometria variabile che tenga conto sia delle peculiarità e delle specificità delle diverse realtà territoriali sia della solidarietà nazionale, dando spazio alle energie positive ed alle spinte propulsive espresse dalle collettività locali. (…) Un modo che sembra suggerito anche dagli articoli 5 e 118 della Costituzione, consiste nel trasferire funzioni amministrative dallo Stato alle Regioni e poi ai Comuni secondo il principio di sussidiarietà”.

Più spese? La ministra Stefani: non è vero

A chi sostiene che l’autonomia porterà maggiori spese, ha risposto seccamente Erika Stefani, ministra per gli Affari regionali, la quale ha assicurato che il processo di maggiore autonomia delle regioni che ne hanno fatto richiesta non porterà ad alcun aumento di costi per la finanza pubblica, nel senso che la legge che regolerà il tutto sarà a saldo zero.

Il Veneto è solo l’inizio

Finora, ricorda l’Ansa, a Stefani sono arrivate richieste di autonomia da 8 regioni: oltre al Veneto, in lista d’attesa ci sono Lombardia, Emilia Romagna, Liguria, Toscana, Piemonte e Marche e Umbria (in forma congiunta), ma da indiscrezioni sarebbero 13 le Regioni pronte a chiedere di poter gestire autonomamente una serie di materie.

Le prime tre – Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna – hanno formalizzato l’avvio del percorso già nella passata legislatura, che ha portato alla firma di pre-intese con il governo uscente.

Il progetto prevede l’attuazione, come noto, del comma dell’articolo 116 della Costituzione, il quale prevede la possibilità per le Regioni a statuto ordinario di chiedere, in accordo con il governo, maggiori forme e condizioni di autonomia.

A seguito del referendum plebiscitario dello scorso anno, Veneto e Lombardia hanno messo la “freccia”, chiedendo autonomia per ben 23 materie, tra le quali ci sono anche la scuola, il diritto allo studio e la formazione universitaria. L’Emilia Romagna, invece, si è fermata a 15 materie.

Quelli che dicono no all’autonomia

Intanto il progetto, ricorda sempre la prima agenzia nazionale, allarma i sindacati della scuola, i medici dell’Anaao-Assomed (“le funzioni di indirizzo e coordinamento delle politiche sanitarie rischiano di essere compromesse”, dicono), il Tribunale per i diritti del malato (“finiranno per aumentare le disuguaglianze di salute”), e oltre mille tra docenti, intellettuali, giornalisti ed economisti che hanno firmato un appello dal titolo “No alla secessione dei ricchi”.