Al netto di alcuni aspetti che al momento rimangono da chiarire, la certezza che emerge dalla riforma degli istituti tecnici da poco varata è che l’insegnamento della Geografia viene clamorosamente marginalizzato, con la disciplina relegata a un ruolo meno che ancillare. Era nientemeno che dagli infausti tempi della riforma Gelmini che la Geografia non subiva una simile batosta. Le poche ore lasciate sembrano più che altro costituire la proverbiale foglia di fico, come se nei corridoi del ministero di Viale Trastevere si fossero detti: “Be’, non possiamo toglierle proprio tutte”.
Clamoroso, si diceva. E impressionante. Già, perché nei docenti della materia – e non solo, suppongo – è ancora fresca la memoria di quando il ministro Valditara rilasciava affermazioni del tipo: “Intendo chiarire che per me la scuola deve sviluppare nelle studentesse e negli studenti quel pensiero critico con cui affrontare la complessità del nostro tempo, in un mondo in continuo cambiamento. […..] A tale scopo, risulta centrale lo studio della storia e della geografia, che forniscono gli strumenti cognitivi necessari per capire da dove veniamo, chi siamo e dove vogliamo andare” (ottobre 2023). Oppure, solo un anno fa: “Abbiamo voluto ridare dignità alla geografia che era praticamente scomparsa. Sono preoccupanti alcune indagini che parlano di ragazzi che non sanno dove sia il fiume Po” (gennaio 2025).
Ora, a fronte di queste dichiarazioni, guardiamo un attimo che cosa è accaduto negli istituti tecnici turistici. Prendo questo indirizzo come esempio per evidenti motivi, ricordando anche che era l’unico, di tutta la SS2, in cui la Geografia era sopravvissuta per l’intero quinquennio. Ebbene: nel biennio le ore vengono dimezzate, passando da sei a tre; nel triennio, dove fino ad oggi si è insegnata la Geografia turistica, sparisce la disciplina. Proprio così: sparisce.
Qualcosa potrebbe forse arrivare da contesti nebulosi per i quali non è possibile al momento comprendere una concreta declinazione, come la disciplina “Territorio e turismo” (chi la insegnerà?) e l’ingente monte ore “del curriculo a disposizione della scuola”.
Con queste premesse, affermare che si resta basiti è un delicatissimo eufemismo, un esercizio di garbo lessicale. In attesa di vedere che cosa accadrà nei “nuovi” licei – è chiaro però che, date queste premesse, l’ottimismo è, diciamo così, un po’ scemato, pur rimanendo speranzosi di una smentita – invito il ministro nella mia scuola per verificare di persona il livello di preparazione medio nella Geografia degli alunni che giungono dalla SS1.
Potrei anche sottoporgli alcuni chilogrammi di verifiche che ho corretto (proprio così, ministro: chilogrammi, perché dato il numero di classi con il quale lavorano già oggi, prima della riforma, molti docenti della classe di concorso A-21, le verifiche non si contano: si pesano) e avrebbe modo di verificare di persona se era proprio il caso di non provare nemmeno più a scalfire quella diffusa ignoranza abissale del mondo che ci circonda – e, certo, finanche dell’Italia, altro che e non solo per il Po – fornendo un’opportunità di apprendimento almeno per qualche ora alla settimana.
Certo, di miracoli non se ne facevano e non se ne fanno, ma almeno un’opportunità c’era. Ora è caduta anche quella.
Sergio Mantovani