Mentre gli studenti scendono in piazza in diverse città italiane contro la riforma degli istituti tecnici, i dirigenti scolastici provano a spiegare cosa cambierà davvero dal 2026. A fare il punto è Cristina Costarelli, preside dell’ITIS Galileo Galilei di Roma e presidente dell’ANP Lazio, intervistata da Skuola.net.
La riforma degli istituti tecnici, delineata da un decreto ministeriale di febbraio, entrerà in vigore nell’anno scolastico 2026-2027 e riguarderà soltanto le prime classi, con un’attivazione progressiva. Chi ha già iniziato il percorso non sarà coinvolto. Costarelli chiarisce che l’impianto quinquennale rimane invariato: “La riforma è mirata a sottolineare alcuni aspetti di questi percorsi di istruzione. Vuole dare una risposta alle richieste di una maggior connessione con il mondo dell’impiego e con il mondo produttivo dei vari territori”. Non cambia tanto il contenuto degli insegnamenti, quanto il metodo: al centro c’è un approccio interdisciplinare, con unità didattiche che superano i confini delle singole materie. Alcune modifiche riguardano discipline specifiche come la geografia, ridotta in certi indirizzi, ma introdotta in altri dove prima era assente.
La principale preoccupazione dei manifestanti è che la scuola pubblica finisca per piegarsi alle esigenze del mercato, perdendo la propria missione formativa. La preside Costarelli respinge questa lettura: “Questo discorso della deriva aziendalistica onestamente non mi sembra di intravederlo. Questo servilismo della scuola rispetto al mondo della produzione non è nella lettera della riforma né nella modalità di approccio alla didattica. La scuola lavora per formare dei cittadini”. Allo stesso tempo, la dirigente riconosce l’esistenza di un mismatch strutturale tra le competenze dei giovani e quelle richieste dal mercato del lavoro, citando il crescente fenomeno dei NEET – giovani che non studiano né lavorano – come ragione concreta per avvicinare istruzione e sistema produttivo.
Nella discussione sulla riforma si inserisce anche il modello sperimentale 4+2, che prevede quattro anni di istituto tecnico seguiti da due anni di istruzione tecnica superiore. Costarelli precisa che non si tratta di un’alternativa obbligata al percorso tradizionale: “Non c’è l’obiettivo di ‘quadriennalizzare’ l’istruzione tecnica. L’assetto rimane quinquennale, con il 4+2 che si mantiene come scelta delle scuole e delle famiglie”. Sul fronte del dibattito pubblico, la preside si dice favorevole alla proposta del ministro Valditara di chiamare “Liceo” anche gli istituti tecnici: una scelta simbolica, ma con un peso reale sull’immagine di questi percorsi agli occhi delle famiglie. Il rischio principale, invece, è più pratico: la rimodulazione delle ore potrebbe generare un temporaneo esubero di alcuni docenti, destinato però ad essere assorbito nel tempo dai pensionamenti e dal calo demografico.