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Prima Ora | notizie del 24 agosto

San Paolo era un “camerata”? Ma quando mai! L’interpretazione delle Scritture non è un lavoro semplice

Il dibattito nato dall’espressione «camerata San Paolo» usata da Roberto Vannacci pone una questione che va oltre la polemica politica. Nella Base Ideologica e Programmatica di Futuro Nazionale, infatti, «chi non vuole lavorare, neppure mangi» (2Ts 3,10) viene assunto come «principio economico di San Paolo».Da teologo e da docente di Religione cattolica nella scuola pubblica credo sia necessario partire da un dato: Paolo quella frase la scrive davvero. Non serve attenuarla. L’Apostolo richiama con decisione alla responsabilità chi, potendo lavorare, sceglie di non farlo e vive a carico della comunità.

Il problema nasce quando un’esortazione rivolta a una comunità cristiana del I secolo viene trasformata, senza ulteriori passaggi, in un principio economico-politico contemporaneo. E soprattutto quando si smette di leggere Paolo al versetto 10.
Cinque versetti dopo, infatti, lo stesso autore dice dell’uomo che non obbedisce: «Non trattatelo però come un nemico, ma ammonitelo come un fratello» (2Ts 3,15). Responsabilità, dunque, ma dentro una fraternità che non permette di trasformare l’altro in nemico.

C’è poi un paradosso ancora più grande. Paolo è l’Apostolo delle genti. La sua missione contribuisce in modo decisivo ad aprire la comunità cristiana oltre i confini etnici originari. In Gal 3,28 proclama che in Cristo «non c’è Giudeo né Greco». Non è un programma di politica migratoria: sarebbe scorretto far dire anche a questo versetto ciò che non dice. È però una radicale affermazione teologica: nessuna appartenenza etnica, sociale o nazionale può diventare il criterio ultimo dell’appartenenza a Cristo.

Per questo non credo che la risposta corretta consista nell’arruolare Paolo nella parte politica opposta. Sarebbe la stessa operazione a segno invertito. Paolo non è “di destra” né “di sinistra”. Se la politica lo chiama in causa, però, deve accettare che egli parli fino in fondo.
La vicenda ha anche un valore educativo. Insegnare Religione nella scuola pubblica significa, tra le altre cose, aiutare gli studenti a distinguere un testo dalla sua interpretazione e la sua interpretazione dal suo uso ideologico. Non per indicare loro che cosa debbano votare, ma per formarli alla libertà critica. Vale per la Bibbia come per ogni grande testo della nostra cultura.

La domanda, allora, non è se un cristiano possa avere idee politiche nette. Naturalmente può. La questione è un’altra: dove passa il confine tra una politica legittimamente ispirata dalla fede e una politica che utilizza la fede per legittimare sé stessa?
È una domanda che riguarda Vannacci, ma riguarda anche noi cattolici. Le parole “Vangelo”, “radici cristiane”, “famiglia”, “croce” o “San Paolo” non rendono automaticamente evangelico il discorso nel quale vengono inserite. È il Vangelo a dover giudicare le nostre appartenenze, non le nostre appartenenze a scegliere dal Vangelo i versetti che ci sono più utili.

Per questo, più che dire «giù le mani da San Paolo», rivolgerei a Roberto Vannacci un invito più semplice: lasci parlare San Paolo fino in fondo.

Ivan Zulli
Teologo e missiologo

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