Complice il forte grado di denatalità italiana, l’ora di religione nelle nostre scuole si svuota da tempo di alunni: in media, ogni anno il numero di allievi che preferisce affrontare contenuti “alternativi” cresce di almeno un punto percentuale. Così, non è una novità, i vescovi cercano contromisure. Come quella di tendere la mano ai genitori. L’ultimo tentativo da parte della Cei per evitare che l’insegnamento della religione a scuola si trasformi in una lezione per pochi intimi, guarda agli alunni stranieri e di altre culture (che tra l’altro assieme agli studenti disabili rappresentano l’unico “raggruppamento” di alunni in crescita): l’interessamento è stato anche inserito nella “Nota pastorale. L’insegnamento della religione cattolica: laboratorio di cultura e dialogo“, pubblicata giovedì 11 dicembre.
La Cei ritiene che “l’accresciuta mobilità dovuta alle migrazioni di persone e famiglie provenienti da diverse parti del mondo con il loro patrimonio culturale e religioso” rappresenti un fenomeno, che “deve essere letto non con paura, ma come un’opportunità e un dono”.
Poiché ogni scuola, prosegue il documento introdotto dal cardinale Matteo Zuppi, “è impegnata a sviluppare percorsi di accoglienza e di integrazione che interpellano anche l’Insegnamento della religione cattolica e richiedono che siano costantemente aggiornate le modalità di insegnamento, la proposta didattica, l’articolazione delle competenze, l’organizzazione dei contenuti”, il “nuovo scenario” propone “indubbie opportunità di dialogo e di confronto sia dal punto di vista educativo e culturale sia in ambito religioso”.
Questo significa che, sempre secondo la Cei, l’insegnamento della religione cattolica “costituisce un percorso interessante per accompagnare gli alunni, compresi coloro che provengono da tradizioni diverse, ad avere consapevolezza del patrimonio culturale e religioso del nostro Paese e, nello stesso tempo, può essere uno spazio fecondo per la conoscenza di altre esperienze religiose, favorendo un dialogo costruttivo“.
“Nel contesto di un mondo globalizzato e interdipendente, dove dominano le innovazioni tecnologiche e digitali”, caratterizzato “da una narrazione secolarizzata della realtà” che “tende a marginalizzare l’esperienza e l’appartenenza religiosa”, per i vescovi l’ora di religione rappresenta, dunque, “un’opportunità” da cogliere.
Perché apre ad una “vera cultura dell’accoglienza e del dialogo, fino al superamento della logica della guerra per una convivenza pacifica e solidale”.
Per concludere, in società caratterizzata dalla “mancanza di relazioni vere e profonde e dalla solitudine che tanti giovanissimi vivono”, di fatto per la Cei “l’Irc vuole sempre di più offrire letture critiche e confronti preziosi per capire e vivere i profondi cambiamenti in atto”.
La preoccupazione dei vescovi è comprensibile: gli ultimi dati ufficiali ci dicono che uno studente su sei non frequenta l’ora di religione e a non avvalersi ogni nuovo anno scolastico sono almeno altri 50-60mila alunni. Nella classifica dei capoluoghi, spicca il sorpasso laico della zona di Firenze: più di uno studente su due svolge attività alternativa (51,5%). E in tanti a dire “no grazie”, sempre alla religione cattolica, sono pure gli alunni di Bologna (47,3%), Aosta (43,6%),Biella (40,6%), Mantova (40,5%), Brescia (38,6%), Trieste (37,9%) e Torino (37,7%).
Quanto alle scuole, la percentuale record degli studenti che non si avvalgono dell’insegnamento della religione si trova alle superiori, soprattutto delle città del Nord: come nell’istituto professionale e tecnico Olivetti di Ivrea (rispettivamente con oltre il 90% e l’87,9%), dove risulta alta la percentuale di stranieri e di adulti (nelle scuole serali).
Nella top five, segue al terzo posto l’istituto tecnico Sassetti-Peruzzi di Firenze con l’86,8%, poi la primaria Nazario Sauro di Monfalcone (Gorizia) con l’86,45% e l’istituto professionale Carrara di Novellara (Reggio Emilia) con l’86,29%.
Il dato nazionale per tipo di scuola di studenti che non si avvalgono della religione a scuola vede al primo posto gli istituti professionali con il 27,83%, al secondo gli istituti tecnici con il 25,31% e al terzo i licei con il 18,48%.
Scuola secondaria di primo grado, primaria e scuola dell’infanzia si posizionano, per numero di alunni che escono dalla classe nell’ora di religione, tra il 15,77 e il 12,4%. Il record delle adesioni è al Sud.