Correva l’anno 2015 quando, nel pieno dell’estate e con i docenti per lo più in ferie, venne approvata la legge 107/2015.
Un unico articolo e 212 commi. Recava norme innovative: la chiamata diretta dei docenti, la carriera degli insegnanti per merito, il superamento delle graduatorie di istituto, l’aumento delle ore di PCTO, le assunzioni veloci su tutti i posti, la riforma dei dirigenti scolastici con un ruolo unico e una nuova selezione, l’apertura a sponsor privati nella scuola e la Carta docente.
Contro tali novità il personale scolastico si mobilitò. Il 5 maggio 2015 si svolse l’ultimo grande sciopero nazionale generale della scuola, con tutti i sindacati uniti per l’intera giornata. Docenti, ATA e personale educativo aderirono in modo massiccio. Le piazze si riempirono, le scuole erano pressoché deserte.
Le astensioni continuarono e si protrassero, tanto che, per comunicare il dissenso, si verificarono anche in concomitanza degli scrutini, con scioperi parziali. Ma il governo andò avanti, senza ascoltare i lavoratori.
La 107 venne approvata con voto di fiducia in Parlamento il 13 luglio, dopo appena due mesi, quando la scuola non poteva esercitare alcuno sciopero, in quanto il personale scolastico in tale periodo è obbligato ad usufruire delle ferie.
A distanza di 10 anni dalla Buona scuola di Renzi sono rimasti in funzione solo la Carta docente, il PCTO, oggi denominato Formazione scuola-lavoro, il RAV e il PTOF. Praticamente, la 107 ha cambiato la scuola sulla carta e sul piano digitale, ma sui nodi veri, quali reclutamento, stipendi e autonomia, la legge è rimasta per lo più disattesa.
A distanza di oltre 10 anni, molto infatti è stato smantellato, tranne la Carta docente.
Perché, se le proteste rappresentavano la cifra del dissenso, per la prima volta veniva però introdotto un riconoscimento al ruolo docente: un portafoglio elettronico con cui poter acquistare libri, corsi di perfezionamento, iscrizioni a percorsi universitari, master, PC e tablet.
Insomma, con una cifra di 500 euro annuali, il personale aveva la possibilità di acquistare un percorso formativo e pagarne almeno una parte, se non tutto. Fu l’unico grande salto di qualità introdotto da Renzi: il docente, per il ruolo che svolge, ha necessità di tenersi sempre aggiornato e, per questo, viene incentivato economicamente a farlo.
Dieci anni, è giusto dirlo, anche di sotterfugi. C’è chi con tale somma ha comprato un elettrodomestico, con la complicità dell’esercente, e chi, con altri escamotage, ha acquistato prodotti per la cucina di casa. Fatto sta che tanti, ma proprio tanti, l’hanno spesa esattamente come previsto: per comprare PC, tablet, libri e corsi, con una ricaduta in termini di crescita professionale indiscussa.
Finché un nuovo governo, a suo dire con l’intenzione di sollevare l’Istituzione scuola, cosa fa? Ne decurta l’importo.
Poco conta se ha allargato la platea dei beneficiari: sta di fatto che il compenso è sceso a 383 euro annui.
Un quesito appare spontaneo: sapete quanto costa il master universitario più economico? Oppure il PC meno costoso? Beh, almeno 500 euro.
Pertanto, il docente, che non ha una carriera e nasce e muore con gli stessi diritti di chi mette piede per la prima volta nella sala insegnanti, che ha uno stipendio tra i più bassi d’Europa e della pubblica amministrazione, non ha la quattordicesima mensilità e non ha alcun benefit, vede ridotto anche l’unico riconoscimento che in 10 anni era stato introdotto.
La Carta docente è stata infatti ridotta e sottoposta a vincoli sempre più stringenti con la legge di conversione n. 127/2025, definita poi operativamente per l’anno scolastico 2025/2026 dal D.I. n. 59 del 31 marzo 2026.
Ecco allora la domanda: come può ricevere questo settore il riconoscimento sociale che merita, se è la stessa politica a sminuirne le esigenze, in base ai semplici numeri di un bilancio che devono quadrare, costi quel che costi?
Le riforme non possono e non devono essere peggiorative. Si sarebbe dovuto conservare lo stanziamento di 500 euro per i docenti di ruolo e prevedere un importo diverso per gli altri, prima dell’immissione in ruolo definitiva, con una legge ad hoc, a tutela e garanzia dell’unico benefit del settore scuola.
Perché nella scuola non ci sono incentivi, agevolazioni, premi, riconoscimenti, welfare ministeriali, buoni pasto, telefono professionale, auto scolastiche, buoni carburante, viaggi premio, PC, palestra.
No, niente.
Solo la Carta docente, che da 500 euro è stata anche ridotta a 383.
Chissà poi se anche quest’anno verrà bloccata proprio nel periodo in cui serve di più, magari per comprare qualche materiale necessario ad avviare l’anno scolastico.
Ma questo è un altro discorso.
Stefani Turchetta