Non si parla d’altro: ormai sono due gli studenti che quest’anno, al loro orale di Maturità, hanno deciso di fare scena muta. Non perché non fossero preparati, ma per dare un messaggio di protesta. C’è stata anche una ragazza che ha deciso di fare l’esame ma poi ha scritto una lettera critica alla presidente di Commissione. Ma che sta succedendo? A dire la sua è stato, su Il Libraio, il docente e scrittore Enrico Galiano.
Ecco le sue parole: “Il punto non è se sia giusto o sbagliato fare scena muta. Non è nemmeno se le domande dell’orale fossero vaghe o precise.
Il punto è che abbiamo smesso di chiederci cosa significhi davvero ‘essere maturi’. E, soprattutto, che chiamiamo ‘maturità’ un rito ormai così vecchio da avere più che altro i tratti della senilità. Noi cosa abbiamo fatto? Abbiamo commentato i loro voti, giudicato i loro modi, analizzato i loro toni. Ma quasi nessuno ha provato ad ascoltare davvero quello che stavano cercando di dire.
Hanno parlato di un esame vecchio. Di una scuola che misura, pesa, classifica: e così facendo non forma davvero. Più che altro, deforma.
Hanno messo in discussione il sistema dei voti — quel dio minore a cui da decenni sacrifichiamo entusiasmo, creatività, libertà. E noi, in risposta, abbiamo parlato di rispetto. Di dovere. Di ‘così si è sempre fatto’.
Ma davvero vogliamo che la scuola sia solo questo? Un posto dove ‘si è sempre fatto così’? Un luogo dove la voce di chi protesta viene zittita in nome della forma?
In Germania, l’esame di maturità non è solo una giornata da affrontare col cuore in gola: è un percorso più ampio, che può includere anche un progetto personale preparato nei mesi precedenti. Conta non solo cosa sai, ma come ci sei arrivato. Nei Paesi Bassi, il voto finale si basa a metà sul lavoro fatto durante l’anno e a metà su prove nazionali. Ogni studente prepara anche una specie di tesina personale, una ricerca su un tema scelto, che viene valutata seriamente. L’obiettivo? Coltivare autonomia e spirito critico, non solo memorizzazione. In Finlandia, l’esame finale è addirittura facoltativo: serve solo se vuoi andare all’università. Altrimenti ti diplomi in base al percorso fatto negli anni. E l’idea che devi dimostrare tutto in venti minuti davanti a sette adulti non appartiene proprio alla loro idea di scuola.
E noi? Siamo ancora lì a giudicare la maturità di una persona da come risponde a una domanda generica, magari sotto stress, più che da come ha camminato lungo tutto il percorso.
A decidere chi è ‘maturo’ in base a come riesce a collegare Svevo all’energia nucleare, a come maneggia una mappa concettuale, a come ha scritto l’ennesimo tema dopo una vita passata a scriverne.
Forse non siamo noi a doverli giudicare. Forse sono loro – non a giudicare noi – ma a chiederci: volete che continuiamo ad adeguarci in silenzio, o avete il coraggio di cambiare con noi? Perché quando due ragazzi, così diversi, così lontani, dicono la stessa cosa in due modi opposti, forse non sono loro a dover spiegare qualcosa. Forse, siamo noi a dover cominciare ad ascoltare. Sul serio”.