“Chi si occupa di educazione non può rimanere indifferente a quello che succede a Gaza. Noi abbiamo uno striscione oggi dove è scritto ‘Odio gli indifferenti’, perchè l’indifferenza uccide, di indifferenza si muore. I bambini stanno morendo: in Palestina 18.000 bambini mancano all’appello. La prossima generazione di palestinesi sarà mutilata, orfana”. Lo dice alla ‘Tecnica della Scuola’ Moira Aloisio, della Cub Scuola, nella giornata dello sciopero e delle manifestazioni in 75 piazze d’Italia per chiedere di fermare il genocidio a Gaza.
Nel corso della manifestazione a Roma per Gaza e la pace in Medio Oriente, a due passi dalla stazione Termini, ‘La Tecnica della Scuola’ ha incontrato Moira Aloisio, della Cub Scuola.
Aloisio, oggi c’è una presenza massiccia: cosa significa?
Significa che la scuola non può essere estranea a una manifestazione di questo genere, sia dal punto di vista dei docenti che dal punto di vista degli studenti. Gli educatori. Chi si occupa di educazione non può rimanere indifferente a quello che succede. Noi abbiamo uno striscione oggi dove è scritto chiaramente ‘Odio agli indifferenti’. L’indifferenza uccide, di indifferenza si muore. La scuola non può non vedere quello che succede. I bambini stanno morendo: 18.000 bambini mancano all’appello. La prossima generazione di palestinesi sarà mutilata, orfana. Noi, come docenti, come educatori, non possiamo restare indifferenti a tutto questo.
A questa manifestazione non hanno aderito i sindacati rappresentativi: è un’occasione mancata?
Decisamente, decisamente. Sinceramente non abbiamo neanche ben capito la mossa della Cgil, nel senso che indire uno sciopero che escluda i servizi essenziali solo per non aderire a uno sciopero già indetto dai sindacati di base, lo troviamo inutile e anche dannoso, che divide la categoria, divide la classe, divide i lavoratori e le lavoratrici. Assolutamente. Siamo contrari a quello che è successo e speriamo che ci siano ottime occasioni future per unire la lotta in questo senso.
Tutto questo è solo l’inizio di un percorso?
Sì, arriviamo già tardi, perché sono quasi due anni che si combatte in Palestina. Però dobbiamo cominciare a farci sentire, come oggi: dobbiamo riempire le piazze, dimostrare a chi governa che noi ci siamo e non lasceremo passare l’indifferenza che c’è da parte dei governi di tutta Europa nei confronti di quello che succede in Palestina da due anni, ma oserei dire da 70 anni.