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Scuola e Università: è lotta all’ignoranza sulla catastrofe climatica imminente

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Dopo un quarantennio di sempre più evidente surriscaldamento globale — le cui conseguenze feriscono crudelmente la Penisola — forse anche il clima culturale relativo alla sensibilità ambientale comincia a cambiare nel Bel Paese. Da Pavia giunge notizia che una prestigiosa istituzione universitaria pubblica, lo IUSS (“Istituto universitario di Studi superiori”), ha istituito un Dottorato di ricerca su crisi climatica e strategie per affrontarla: con lo scopo esplicito di fare ricerca su sviluppo sostenibile e politiche atte a mitigare gli effetti del global warming.

Combattere la crisi climatica con la conoscenza

Una nota dell’Istituto (citata dall’Ansa) li considera «Temi per i quali è necessario mettere insieme competenze diverse fra loro»: economia, diritto, scienza, ingegneria, biologia, medicina. «Occorrono nuove competenze per la complessità dei fenomeni che governano le relazioni tra attività dell’uomo e ambiente, tra scelte politiche e conseguenze sulla produzione industriale, tra consumo del suolo e delle materie prime e migrazioni». A tal fine il MIUR ha stanziato — finalmente — quasi quattro milioni di euro (ricavati dal fondo 2019 per le Università) per due cicli di dottorato triennale con 60 borse di studio per ciclo, che coinvolgeranno anche altri atenei. Una possibilità ulteriore, in prospettiva, per tutti gli studenti universitari, nonché per i maturandi che si diplomeranno da ora in avanti.

Per salvare vite umane

La catastrofe climatica incombe. Le vittime umane sono in aumento, anche se i telegiornali, nell’elencarle ogni giorno, raramente le riconducono al disastro ambientale. I negazionisti sono sempre meno numerosi (e forse per questo più arroganti): sempre meno riescono a negare l’evidenza dei fatti (e forse per questo sbraitano a gran voce, insultando chi si adopera perché la gravità della situazione non venga ignorata dalla popolazione).

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Fortunatamente, intanto — mentre gli incontri politici internazionali continuano a fallire — nelle scuole si moltiplicano le iniziative formative, e molte istituzioni universitarie si attrezzano per formare professionisti capaci di fronteggiare l’emergenza climatica già drammaticamente in atto (e prevista con precisione dagli scienziati almeno dagli anni ‘50, come La Tecnica della Scuola ha più volte ampiamente documentato).

Le Università si mobilitano

A Torino dal 2019 è attiva nel Politecnico — per la Laurea Magistrale in “Ingegneria per l’Ambiente e il Territorio” — una specializzazione su questi temi. Dal 2020 prenderà il via un Master di secondo livello sui medesimi argomenti.

A Venezia (uno dei tantissimi patrimoni dell’umanità che a causa della crisi climatica rischiano di scomparire in pochi decenni) l’Università Ca’ Foscari creerà scienziati atti a «comprendere e gestire la complessità del rischio climatico»: a tal fine ha istituito nel 2019 un dottorato in “Scienza e gestione dei cambiamenti climatici”. Sullo stesso ambito di studio è anche attivo, per l’anno accademico 2019/20, un Master universitario di secondo livello per formare esperti che valutino “le implicazioni socio-economiche delle politiche di mitigazione e adattamento”.

Comprendere la Terra e i danni che le provochiamo

Bologna non è da meno. La sua prestigiosissima Università ha inaugurato il 18 novembre 2019 il Dottorato “Il futuro della Terra: cambiamenti climatici e sfide sociali”. «Il primo a livello nazionale», si legge sul sito ufficiale, «focalizzato sulla comprensione del sistema Terra, dei pericoli naturali e prodotti dall’uomo, dell’adattamento ai cambiamenti climatici, della mitigazione e delle sfide socio-economiche che sono parte molto rilevante dell’epoca contemporanea e che, per essere comprese e affrontate, richiedono uno sguardo multidisciplinare».

La rabbia dei negazionisti

Con buona pace dei soloni negazionisti di cui sopra: i quali, per ignoranza o lucro personale, continuano a cullare nell’indifferenza tante persone. Esiste tuttora, infatti, secondo il professor Mario Salomone — già docente di Sociologia dell’ambiente all’Università di Bergamo e Segretario Generale della rete mondiale di educazione ambientale (WEEC) — «Una larga fascia di popolazione che continua ad essere indifferente – o addirittura ostile e negazionista – verso i temi ambientali, vuoi per ignoranza, per pigrizia, per interesse egoistico o perché manipolata da un’attività continua di organi di stampa e social network che seminano disinformazione, al servizio di parti politiche ben individuabili e delle varie lobby economiche. Disinformazione, questa, che ha facile presa grazie alla scarsa cultura scientifica, a un paradigma dominante ancora antropocentrico, all’illusione che progresso e tecnologia risolveranno tutto, alla copertura ancora del tutto insufficiente da parte dei grandi mass media, a un discorso pubblico tutto incentrato sul “qui e ora”, sulla visione a breve termine, su baruffe di corto respiro».

La Scuola e l’Università sono l’unica arma che abbiamo per impedire il peggio. Come dice una canzone famosa, «Il pensiero è come l’oceano: non lo puoi bloccare, non lo puoi recintare». Scuola e Università si stanno muovendo. Quindi c’è ancora speranza.

Buon Natale a tutti i nostri lettori.

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