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Scuola e Università nella “nuova normalità”

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In periodo di crisi sanitaria il MIUR, e per esso le scuole, ai sensi dei principi sanciti dalla nostra Carta costituzionale, si sono attrezzate per rendere gli studenti partecipi alla didattica da remoto conferendo su richiesta delle famiglie computer in comodato d’uso gratuito. A seguito delle emerse difficoltà di connessione alla rete internet il successivo intervento del ministero è stato di garantire l’e-learning con ”pacchetti giga” perchè nessuno fosse lasciato indietro, in linea con quanto sancito dall’Agenda ONU 20130,   .

Il problema si prospetta però più complesso rispetto alla pronta elargizione con cui si è fatto fronte all’emergenza e occorrerà finalmente affrontare una condizione pregressa, più grave, cui sono legate le sorti della rinascita delle aree più deprivate dell’Italia. Per il futuro dello smartstudying, dello smartworking e delle attività imprenditoriali dovremo immaginare, di fatto, cospicui investimenti per la banda larga, un rinforzo della fibra laddove non sia già stata fornita e la capacità delle istituzioni pubbliche di fornire servizi prepagati di connessione alla rete in forma sistemica.

In era Coronavirus l’Italia ha potuto contare sulle professionalità resilienti dei tre pilastri della Sanità, della Sicurezza e della Scuola. I professionisti della scuola hanno garantito per vision e mission il prosieguo delle attività didattiche, a dispetto, nella gran parte dei casi, di insufficienti competenze nel settore dell’e-learning e di norme contrattuali assenti. La Dad, pur nelle iniziative, tanto encomiabili quanto scomposte che hanno salvato la scuola italiana dal default per l’anno scolastico in corso, ha bisogno di portare a sistema competenze informatiche precipue, norme contrattuali di supporto e sistemi sicuri di accesso a reti e motori per la didattica online.

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Apparentemente messo all’angolo, per oggettiva disgregazione delle ambientazioni in cui si manifesta, il bullismo in era Covid ha assunto diversa morfologia, ma non ha mancato di riversare i suoi nefasti effetti sulla psicologia già fragile degli studenti ed ha esteso la platea delle vittime colpendo anche gli operatori della scuola. Il nuovo fenomeno si chiama zoombombing ed indica l’atto di intromettersi in una videochat di gruppo senza essere stati invitati per provocare una reazione alterata dei partecipanti. Lo zoombombing è  una  minaccia  che inficia il già delicato tentativo di trasporre online tutte le attività lavorative che, prima della crisi sanitaria si svolgevano “in presenza”. Teppismo e violenza perpetrati attraverso la condivisione improvvisa di materiale violento, di razzismo o osceno verso i presenti in piattaforma sono le pratiche più comuni. Nella creazione di motori dedicati allo smartworking i progettisti dovranno considerare la costruzione di barriere virtuali con cui proteggere gli addetti ai lavori.

Anche se tutto il mondo scolastico, famiglie comprese, confidano di poter accantonare al più presto la didattica da remoto a favore della più rassicurante didattica in presenza, non sembra, ai fatti, di poter escludere per il prossimo autunno una didattica ibrida: le strutture ormai vetuste degli edifici scolastici esistenti, inadeguate al rispetto delle norme Covid per mancanza di aule sufficienti ove redistribuire gli alunni già confinati nelle “classi pollaio” (situazione cui non si è data ancora soluzione a dispetto degli effetti nefasti che le stesse avevano  prima e oltre il Covid-19), non potranno probabilmente esimerci dal ricorso all’e-learning, nostro malgrado. Tra le varie opzioni in discussione la formula più flessibile e ragionata potrebbe essere una Dad che accolga parte della classe lasciando al resto degli alunni il comfort e la socialità della didattica in presenza, con turnazioni settimanali. Tale disposizione consentirebbe alla scuola di conservare i ritmi, rispettare le esigenze di socialità, ripristinare la valutazione sommativa dopo che essa ha ceduto il posto a quella formativa, a maglie larghe e più flessibile, adottata in tempo di crisi sanitaria. Se infatti i docenti hanno saputo tempestivamente trovare vie sincrone ed asincrone per far arrivare i contenuti agli studenti, non si può dire abbia funzionato altrettanto bene l’elaborazione di nuove modalità valutative.  Corsi di fortuna arrabattati dalle singole istituzioni scolastiche, pur se con meritorie intenzioni, non hanno colmato le lacune professionali dei tanti docenti smarritisi nel labirinto delle varie piattaforme che offrivano servizi per la formulazione e la valutazione di test atti a rispondere ad  esigenze diverse: ricerca di personalizzazione,  anti- cheating , timing delle prove, garanzia di  equità di trattamento, diversificazione dei test a favore degli alunni DSA, destinatari di  forme di compensazione e dispensazione ai sensi della normativa vigente. Perfezionare nuovi approcci didattici con nuovi ambienti e app di proposizione e fruizione dei contenuti dovrebbe essere obiettivo da perseguire a sistema.

Si viri, dunque su nuovi lidi di validi corsi di aggiornamento per i docenti, che sono alla disperata ricerca di quanto espresso. Si inserisca l’e-learning nell’orario settimanale scolastico annuale anche oltre l’emergenza sanitaria, per un giorno alla settimana, magari da pensare su base volontaria dei docenti, per non perdere le competenze acquisite e come forma di ricerca con cui integrare la spinta all’ innovazione del MIUR,  manifestata con l’individuazione per  ogni istituzione scolastica di “docenti per l’innovazione”.

Ob torto collo con l’avvio del nuovo anno scolastico e in assenza di vaccino anti-Covid-19 dovremo rivedere i tempi delle lezioni. L’orientamento è di ridurre da 60’ a 45’con intervalli di 15 ‘ l’orario scolastico. La modifica ci avvicinerà agli orari di altre realtà scolastiche del nord Europa che sono ispirati da principi pedagogici ed organizzativi diversi, ma con indubbi benefici: minuti preziosi durante i quali non solo attivare le misure di disinfestazione, ma opportunità per gli alunni di rilassarsi e ricaricarsi prima del passaggio ad altra disciplina. L’auspicio è che il rimaneggiamento sia attivato e che  perduri per il futuro.

Per il mondo universitario la strada all’e-learning dovrebbe essere già asfaltata: si tratta di una modalità che ha fatto il suo ingresso negli atenei italiani già da una decina d’anni. Si pensi ai MOOC (Massive open online courses) e alle università telematiche che hanno consentito, a studenti lavoratori per lo più, di conseguire titoli universitari a distanza. Di fatto, pochi docenti universitari proponevano corsi a distanza ai propri studenti prima che l’emergenza glielo imponesse. Oggi sarebbe un passo indietro dover pensare ad un ritorno tout court alla didattica in presenza, senza offrire l’opportunità agli studenti della distance education. La questione aprirebbe scenari economici apocalittici  per le città sedi universitarie; si pensi alla penalizzazione del mercato immobiliare e dell’economia complessiva che ruota intorno all’accoglienza degli studenti fuori sede. Tuttavia  sarebbe innegabile una estensione del diritto allo studio, anche per quanti non riescono ad affrontare i costi di gestione per figli che desiderano frequentare l’università.

Per concludere, la crisi da Covid-19 ha fatto emergere delle criticità, che inducono a riflessioni in ogni settore del sociale e dell’economia. Sta al sistema Italia e ai singoli cogliere le opportunità di crescita, consapevoli che progettare per il well-being a scuola è strategico alla crescita del capitale umano, a sua volta foriero della crescita socio-economica del Paese.

 

 Sonia Caputo

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