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Scuola malata o società allo sbando?

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Come sempre accade, è quando si verificano atti estremi reiterati e diffusi che l’opinione pubblica tutta comincia ad indignarsi e a preoccuparsi di quanto accade. Mi riferisco agli atti violenti che alunni minori e non indirizzano nei confronti dei docenti.

La prima cosa da fare è domandarsi come si sia giunti a tutto ciò. Non è sufficiente liquidare il fenomeno dicendo che siamo di fronte ad atti di bullismo messi in atto da ragazzi violenti, disagiati, disadattati ed altro. Riflettiamo sulle due agenzie educative che entrano in gioco in tale situazione: la famiglia e la scuola.

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La prima, nel corso degli anni, ha perso la sua forza primaria di orientare l’agire dei propri appartenenti; questo per vari motivi: genitori sempre più incapaci e inadeguati a gestire le dinamiche familiari perché oppressi da scelte politiche e sociali sbagliate prese da parte di uno stato “assente” nel sostegno alle famiglie e che li costringe a barcamenarsi ininterrottamente per sbarcare il lunario quotidiano; oppure, perché adulti non maturi perseguono pratiche e ideali fittizi dettati da una società sempre più vuota di segni valoriali e più pregna di oggetti e sogni fatui inculcati psicologicamente attraverso messaggi potenti di mass media dediti alla completa massificazione commerciale e alla mercificazione dell’essere umano. In un caso o nell’altro, parliamo di figli fuori controllo, il più delle volte, esperti possessori di strumenti digitali usati in modo poco consapevole, sempre “connessi”, liberi di autodeterminare le loro scelte e di impiegare il loro tempo come credono.

Tutti a dire: la scuola deve!

Io rispondo che la scuola fa, ma non basta. Si verifica sempre più che la scuola sia l’unica agenzia dove i ragazzi si trovano nella condizione di vivere rispettando regole civiche: unica voce dissonate rispetto al contesto che ci circonda. Docenti costretti a “spendere” la maggior parte della lezione per dirimere manifestazioni inadeguate e a far acquisire un comportamento civile ed etico che spetta in primis alla famiglia e che la scuola dovrebbe solo rinforzare e consolidare. Ma anche dicendo questo, non si spiega appieno il fenomeno. Si deve avere il coraggio di ripensare la scuola partendo dalla famiglia. Tutti a gridare allo scandalo quando si elevano voci di educatori che propongono un’organizzazione scolastica in base a gruppi di livello (dico livello perché “classi differenziali” è bandito per partito preso).

Non ci sarebbe nulla di male a diversificare il livello degli apprendimenti. Classi in cui gli alunni hanno necessità di partire da zero senza alcuna preclusione nel raggiungimento dei massimi livelli e classi dove si consolida e potenzia partendo da basi già esistenti. In questo modo si eviterebbe di trovare in classe ragazzi che, per incapacità di seguire gli apprendimenti proposti perché manchevoli della base necessaria, manifestino questa inadeguatezza con atti eclatanti e violenti diventando leader negativi per l’intero gruppo.

In particolare, durante il biennio delle scuole secondarie di II grado, sarebbe fruttuoso incentivare percorsi educativi e di apprendimento volti ad un concreto inserimento nel mondo del lavoro per coloro che non intendono procedere e concludere tutto il percorso quinquennale. Invece, ad oggi, cosa si verifica? Bienni ingestibili e ragazzi che non hanno altro scopo se non quello di evadere l’obbligo scolastico come se fosse una pena da scontare.

Molto gioca la consapevolezza di non avere un futuro lavorativo accessibile proprio per l’attuale degenerazione e l’assenza delle opportunità lavorative. Qui entra in gioco la responsabilità dello Stato che, attraverso governi insensibili, propone riforme su riforme che di rivoluzionario non hanno nulla e che puntano solo sul risparmio della spesa pubblica. Andando avanti così, non se ne varrà fuori. Stato, Scuola e Famiglia devono lavorare sinergicamente.

Ultima riflessione: noi docenti delle indicazioni e delle raccomandazioni elargite da psicologi, pedagogisti e sociologi vari non sappiamo che farcene se non sono partorite dall’interno del fenomeno in oggetto. Bisogna lavorare nella scuola e per la scuola per giungere a fornire pensieri e pratiche utili.

Giovanna Bellusci