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Scuola, quale intelligenza?

Vari tipi d’intelligenza, di volta in volta, sono stati al centro dell’istruzione occidentale.
Saremmo tentati di affermare che in principio vi furono la ragione e la parola. In quanto, la nostra cultura si è basata per secoli sul pensiero logico e sulla comunicazione verbale. Ma non è proprio così. Secondo Nietzsche, all’inizio, la cultura da cui è nato l’Occidente, quella greca, era legata principalmente alla musica ed alle immagini allegoriche dei miti.
E nelle tragedie di Eschilo e Sofocle non dominava certo la ragione ma l’imprevedibilità della vita. Ad introdurre il finalismo ed il provvidenziale sarebbe stato Euripide che, come si malignava ad Atene, scriveva le sue opere a quattro mani con Socrate.
Socrate, appunto, padre della filosofia occidentale. È stato lui ad imprimere una svolta poderosa alla cultura europea in termini intellettuali anziché immaginifici. Due, infatti, erano le idee che animavano la mente di quel filosofo: l’amore per la ricerca e la convinzione che la realtà possa essere conosciuta attraverso la descrizione verbale, ossia mediante il concetto che è la definizione universale e necessaria di una cosa. Tale impostazione avrebbe impresso un cambiamento di direzione alla nostra cultura in senso, prima razionale e poi scientifico e tecnologico. Insomma, Socrate avrebbe generato quel binomio di realtà e razionalità che ha caratterizzato per secoli la cultura e la scuola.
Ma, con la rivoluzione industriale l’asse dei saperi si è sempre più spostato verso la scienza e la tecnologia. Inoltre, nell’ultimo periodo, si è compreso che, più che la ragione, a guidare la nostra vita sarebbero le emozioni per cui, nella didattica, è importante coltivare anche la libertà interiore e la creatività. Nel nostro tempo, poi, gli psicologi hanno iniziato a sostenere che occorreva porre l’intelligenza del cuore (il QE o quoziente emotivo) a fianco dell’intelligenza della ragione (il QI o quoziente intellettivo). Infatti, a causa della cattiva gestione delle emozioni, siamo diventati dei malati relazionali, persone che hanno difficoltà a comunicare. È cresciuta in noi la solitudine, la paura del diverso, le bande di ragazzi egocentrici ed anarchici, incapaci di subordinare l’Io al Noi sociale.
In conclusione, è giunto il momento di riconoscere che ci sono dei limiti sia nell’impostazione intellettualistica socratica, sia in quella che pone la scienza come criterio supremo della certezza, sia in quella emotiva e libertaria della psicologia. In quanto, tutti e tre i modelli pongono in cima alla piramide o l’uomo intelligente o l’uomo tecnologico o l’uomo emotivamente libero, quasi mai, però, l’uomo eticamente maturo, socialmente integrato, sensibile al bene comune.
Occorre, dunque, una nuova idea di scuola che dia importanza, in modo sostanziale, all’educazione etica e sociale. Questo modello esiste già, ad esempio, nella cultura giapponese. Mentre in molti paesi si premia l’intelligenza, in Giappone si premiano la disciplina, l’umiltà e lo sforzo costante. Lì non è raro vedere un bambino di sei anni andare a scuola da solo, attraversare strade, prendere treni, perché i ragazzi vengono precocemente educati alla responsabilità ed all’autosufficienza. Gli studenti giapponesi puliscono le loro aule, spazzano i corridoi, lavano i bagni. I bambini non si sentono dei re ma parte di una comunità e questo dà loro una forza unica. Perché educare non significa solo riempire la mente di informazioni, ma formare il carattere, insegnare l’umiltà e la reciprocità.

Intendiamoci. Non è che in Giappone i ragazzi non abbiano problemi psicologici, specie relazionali. Ogni paese, del resto, ha i suoi lati positivi e negativi. È importante però ricalibrare, di tanto in tanto, il quadro delle finalità educative. Ammettere che, in Italia, siamo passati dalla doverizzazione militaresca al lassismo più totale. Chiederci se vogliamo continuare con i nostri alunni straviziati e sempre difesi, senza confini comportamentali. Ragazzi incapaci di gestire le frustrazioni della vita, vittime di un’educazione in cui tutto viene concesso in nome della libertà. Non sarà il caso di rispolverare concetti come dovere, disciplina, senso civico, solidarietà, autocontrollo?

Luciano Verdone

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