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07.10.2026
Aggiornato alle 12:11

Sempre più poveri. Sintetica cronistoria del salario degli insegnanti negli ultimi sei decenni

È da tempo “normale” in Italia classificare i docenti delle scuole tra i poveracci malpagati: i quali, in quanto malpagati, non godono del rispetto né della considerazione dei più. Caratteristica — e non è certo un vanto — che contraddistingue in negativo il nostro Paese tra tutti quelli dell’Unione Europea e del mondo civile. Ebbene occorre chiedersi: è sempre stato così?

Solo pochi decenni fa un professore di scuola secondaria di secondo grado con 40 anni di servizio alle spalle (ossia l’insegnante meglio pagato nella Scuola italiana) era trattato ben diversamente.

Anni Sessanta: docenti considerati, rispettati, ben pagati

Nel 1966 (60 anni fa) guadagnava intorno alle 200.000 lire al mese, che corrispondono ad un valore nominale di oggi (2026) di circa 103 euro. Sembra poco, ma in realtà corrisponde ad un potere d’acquisto reale odierno rivalutato di euro 3.360: uno stipendio che oggi apparirebbe faraonico. Era giusto allora, e lo sarebbe anche oggi, se l’Italia si curasse di sembrare Paese democratico, avanzato, europeo.

Nel 1966 non erano ancora piovute sulle teste degli italiani le grandi “riforme”. La moneta (lira) era stabile, mentre l’inflazione si manteneva intorno al 2,3%. Nessuno all’epoca si sarebbe sognato di proporre tagli del salario degli insegnanti per tutelare i conti pubblici; anche perché la Scuola era considerata da tutti gli italiani volano di sviluppo per tutto il Paese. Bel tempo andato. Il salario dei docenti (anche se giovani e nella Scuola Elementare), permetteva un tenore di vita decoroso e un forte riconoscimento sociale. Una coppia d’insegnanti poteva permettersi libri, vacanze, spettacoli teatrali, e persino una seconda casa: chimere oggi impensabili per chi viva del proprio lavoro, se fa l’insegnante.

Fino agli anni ’80 situazione stabile per docenti e Scuola

Non dimentichiamo poi che allora, e fino all’inizio degli anni ’90, davvero i docenti lavoravano fino a giugno (quando non avevano gli esami) e con poche riunioni pomeridiane. Il che significa molto più tempo da dedicare a studio, aggiornamento, correzione degli elaborati: insegnamento di maggiore qualità, dunque. La pausa estiva durava fino al 30 settembre (con breve interruzione ai primi del mese per gli esami di riparazione e poche riunioni). Effettivamente erano stimati, considerati, rispettati, e andavano in pensione a 60 anni, con pensioni davvero dignitose e dopo 35 anni di carriera al massimo (ma anche molto prima, se lo chiedevano). La Scuola italiana era considerata una delle migliori al mondo per risultati didattici e preparazione degli studenti che completavano gli studi: mentre oggi, malgrado il massiccio aumento del numero dei diplomati, la qualità effettiva della loro preparazione è notoriamente crollata (come ben sanno i docenti universitari).

Quando i salari si adeguavano automaticamente all’inflazione

Scala Mobile e Contingenza permettevano il continuo adattamento (perlomeno parziale) dei salari all’aumento dei prezzi, compensando la forte inflazione (che nel 1976 arrivò al 16,8%!).

Nel 1986 (quattro decenni fa), pur essendo già iniziato da qualche anno il taglio dei fondi destinati alla pubblica istruzione, il nostro docente anziano di Scuola “superiore” incassava 1.800.000 Lire mensili, che corrispondono a un valore nominale di 930 euro, per un potere d’acquisto odierno effettivo di 2.970 euro. Tale potere d’acquisto, benché già inferiore del 12% rispetto a quello di 20 anni prima, permetteva comunque una vita dignitosa.

La svolta: il Decreto Legislativo 3 febbraio 1993 n. 29 privatizza il Pubblico Impiego

Altra storia dal 1996, ossia 30 anni fa. Nel 1993 il D.Lgs. 29/93 aveva fatto entrare (con l’appoggio di CGIL, CISL E UIL) gli insegnanti delle Scuole (ma non quelli universitari) nel Pubblico Impiego, privatizzando nel contempo il rapporto di lavoro del Pubblico Impiego stesso: con l’evidente paradosso (anche linguistico) di un Pubblico Impiego con contratto privatistico, e di docenti universitari (nelle università pubbliche) pubblici dipendenti (ma giustamente non “pubblici impiegati”) con rapporto di natura pubblicistica (non contrattualizzato). Di conseguenza ai docenti delle scuole furono congelati gli scatti biennali di anzianità, ed essi si dovettero da quel momento accontentare di “gradoni” sessennali e settennali, coi quali cominciò il progressivo impoverimento della categoria.

Docenti “impiegati” pubblici, ma sottoposti al diritto del lavoro privato

L’estensione delle norme del codice civile e del diritto del lavoro privato ai dipendenti pubblici venne dipinta come una conquista di parità e modernizzazione. Ecco perché oggi i docenti conoscono una molto “moderna” povertà ed un’altrettanto “moderna” parità al ribasso con tutte le categorie lavorative meno tutelate sindacalmente e politicamente.

Il CCNL Comparto Scuola 1994-1997, sottoscritto il 4 agosto 1995 da ARAN e alcune organizzazioni sindacali (all’epoca CGIL, CISL, UIL ed altri, premiati per questo dal 1997 con una normativa che li riconosceva unici destinatari di tutti i diritti sindacali) fu il primo a recepire i princìpi di privatizzazione e contrattualizzazione del pubblico impiego introdotti dal D.Lgs. 29/1993.

Impoverimento programmato?

Risultato: da allora il nostro professore di liceo a fine carriera guadagna sempre meno in potere d’acquisto, malgrado i rinnovi contrattuali. La mazzata finale al salario dei docenti l’avrebbe poi inferta l’ingresso nell’euro, grazie al mancato (e colpevole) controllo della speculazione commerciale nel passaggio dei prezzi dalla vecchia alla nuova valuta.

Nel 2006 il nostro prof già guadagnava solo 2.100 euro (circa 3.032 euro di oggi). Un ventennio dopo, ossia nell’anno del Signore 2026, lo stipendio netto massimo mensile è 2.356 euro, ben al di sotto della media europea. In Francia, infatti, un professore a fine carriera percepisce 3.000 euro netti al mese (con massimali lordi annui superiori a 60.000 euro per le superiori); il suo collega tedesco a fine percorso lavorativo incassa oltre 5.000 euro netti al mese. In altri Paesi, come Lussemburgo e Svizzera, picchi massimi ancora superiori, doppi o tripli rispetto alla media italiana. Eppure nessun ministro italiano ne prova vergogna.

Tutto ciò è casuale? O è frutto di una precisa visione della società e di una inequivocabile concezione della Scuola e del ruolo dei docenti? Ai lettori l’ardua sentenza.

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