Sta facendo parlare il disegno di legge presentato a inizio febbraio al Senato dalle senatrici Petrenga, Bucalo e altri parlamentari di FdI in materia di riconoscimento del servizio prestato nelle scuole paritarie ai fini della carriera.
Si tratta – affermano i presentatori – di un disegno di legge che punta a sanare una disparità che da anni interessa decine di migliaia di docenti della scuola pubblica italiana: il mancato riconoscimento, ai fini della ricostruzione di carriera, del servizio svolto nelle scuole paritarie prima dell’immissione in ruolo nello Stato.
Il nodo nasce da un apparente paradosso normativo. Con la Legge 10 marzo 2000, n. 62, il legislatore ha istituito un unico sistema nazionale di istruzione, composto da scuole statali e scuole paritarie. Tuttavia, l’articolo 485 del Decreto legislativo 16 aprile 1994, n. 297 continua a escludere il servizio prestato nelle scuole non statali dal computo dell’anzianità utile per la carriera, con conseguenze economiche e professionali rilevanti per i lavoratori interessati.
La questione è arrivata anche davanti alla Corte costituzionale, che con la Sentenza n. 180 del 2021 ha dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’articolo 485. Secondo la Corte, la differenza di trattamento tra docenti statali e paritari non è irragionevole, in ragione della diversità dei sistemi di reclutamento. Allo stesso tempo, però, i giudici hanno chiarito che spetta al legislatore valutare l’opportunità di una graduale assimilazione del trattamento giuridico ed economico del personale delle scuole paritarie a quello delle scuole statali.
Ed è proprio su questo margine di discrezionalità che interviene il nuovo disegno di legge. I promotori ritengono che la “diversità” del rapporto di lavoro non possa più giustificare una discriminazione fondata sull’esperienza professionale maturata. Il servizio nelle scuole paritarie, infatti, si svolge nell’ambito del medesimo ordinamento, con identici programmi ministeriali e con il rilascio degli stessi titoli di studio finali.
Si tratta insomma di dare il via ad un atto di giustizia sociale atteso da un quarto di secolo.
Sulla possibilità che il provvedimento possa diventare legge vi sono però al momento molti dubbi in quanto il testo della proposta non contiene nessun riferimento alla pur necessaria copertura economica, come peraltro previsto dallo stesso articolo 81 della Costituzione (“Ogni legge che importi nuovi o maggiori oneri provvede ai mezzi per farvi fronte”).
Va detto che anche un altro disegno di legge, presentato dalla senatrice Bucalo, di cui molto si era discusso nei mesi scorsi sembra viziato dal medesimo difetto: si tratta del provvedimento finalizzato a ridurre in modo significativo il costo del “riscatto” da pagare per ottenere il riconoscimento pieno degli studi universitari.
Anche il quel caso il ddl non conteneva alcun riferimento alla copertura finanziaria e forse è proprio per questo che dopo quasi un anno dalla sua presentazione non ha ancora iniziato l’iter parlamentare pur essendo già stato assegnato alla Commissione Affari sociali del Senato.