Suscitano perplessità e una certa amarezza i toni trionfalistici con cui il quotidiano locale riporta che un numero crescente di istituti superiori della mia città adotterà la settimana corta, con lezioni concentrate dal lunedì al venerdì: si tratta, a detta dei proponenti, di una “organizzazione didattica più funzionale ai nuovi bisogni” che risponde alle “esigenze espresse da studenti e famiglie”, per non parlare del “risparmio energetico” che si potrebbe ottenere; frequentando la scuola cinque giorni anziché sei -ci viene spiegato dai dirigenti scolastici interpellati-, gli studenti disporranno di maggior tempo libero da dedicare “ai propri interessi”, secondo una “nuova idea di equilibrio tra studio e benessere psicofisico”.
Si può riconoscere, dietro queste argomentazioni, l’ideologia oggi dominante che erige a valori l’ottimizzazione delle spese, la semplificazione delle richieste, la rapidità dei tempi, la riduzione della fatica, la soddisfazione delle pulsioni elementari dei singoli. L’entusiasmo per la settimana corta appare perfettamente in linea con la concezione edonistica e consumistica attuale, per cui si mira ad ottenere il massimo con il minimo sforzo, non si contemplano rinunce, tutto va assaggiato, nulla approfondito: l’impegno, la fatica, il confronto con la complessità e con la difficoltà vengono recepiti e presentati dagli stessi adulti come un attentato all’equilibrio e alla serenità delle giovani menti; la frequenza scolastica diventa così una seccatura, lo studio un impiccio da sbrigare nel tempo più concentrato possibile, per permettere ai ragazzi di dedicarsi a ciò che più e davvero piace loro. Si dà per scontato (da parte anche di molti operatori dell’istruzione, purtroppo) che la vera vita sia fuori dalle aule scolastiche, e che la scuola sia sostanzialmente una perdita di tempo, finanche una minaccia per il “benessere psicofisico” degli studenti, non un luogo di scambio, crescita, condivisione, conoscenza di sé e del prossimo, socializzazione e anche, perché no, divertimento.
I quadri orari nazionali in vigore nella secondaria superiore sono stati pensati per essere diluiti su sei giorni di frequenza, ma da tempo ormai, a causa della famigerata autonomia degli istituti scolastici, si procede a forzature, riduzione delle ore a 50 minuti, lezioni all’ora del pranzo, rientri pomeridiani, nella presunzione che si possano imparare le stesse cose in fretta e in meno tempo (del resto, pedagogisti ed esponenti della politica assicurano che concentrando in quattro anni il liceo non si perde nulla, basta organizzarsi!). L’assimilazione lenta e graduale di contenuti, l’acquisizione ordinata e articolata di competenze non sono più considerate un valore.
Oltre tutto si finge di non sapere che del monte ore annuale delle discipline (33 per una materia da un’ora settimanale) gli studenti ne frequentano in realtà molte meno, perché la “nuova” scuola deve / vuole proporre sempre altro e sempre di più, per cui al posto delle lezioni disciplinari il tempo scuola viene in misura via via crescente dedicato a uscite, progetti, attività, sovente coinvolgendo a pagamento soggetti esterni, in una paradossale moltiplicazione delle “offerte formative” che cerca di far rientrare più cose possibile nel minor tempo possibile. Poi ci si stupisce se nelle prove standardizzate nazionali le competenze in uscita dalla secondaria superiore sono sempre più scarse.
Ci si dice che la settimana corta viene incontro alle esigenze delle famiglie. Quali famiglie? Forse quelle che vogliono e possono permettersi il weekend fuori casa, viaggi, corsi a pagamento il sabato mattina, non certo quelle in cui si lavora sei giorni su sette e che ancora confidano nell’istruzione pubblica per la formazione e il futuro dei propri figli. E quali studenti? Non certo quelli -ce ne sono, per nostra fortuna- che ambiscono a una preparazione solida, strutturata, consolidata nel tempo, studenti consapevoli che per la loro crescita, per la loro maturità, servono tempi lunghi, distesi, impegno diluito e ordinato, perché senza l’esercizio e la gradualità si raggiungono risultati effimeri. Invece gli istituti scolastici si accodano alla visione populista per cui non siamo noi professionisti del settore a elaborare una proposta formativa seria e credibile, ma tu utente a chiederci quello che più gradisci.
Infine, si parla di risparmio, la vera rovina della scuola: tenere aperte le scuole sei giorni su sette costa? Togliamone uno! Geniale soluzione. Il calo demografico consentirebbe finalmente di ridurre il numero di allievi per classe, permettendo agli insegnanti di dedicarsi di più e meglio ai singoli, senza lasciare per strada chi è in difficoltà, ma bisogna risparmiare. Almeno sugli organici dei docenti e sui plessi scolastici, perché invece si spendono milioni per promuovere progetti che sostituiscono le ore di lezione, collaborazioni che vanno ad arricchire enti e aziende esterni, si acquistano mirabolanti attrezzature digitali che invecchiano prima ancora di essere utilizzate nelle aule, ma così si può dichiarare -numeri alla mano- di aver investito nell’istruzione. Nonostante la mutazione antropologica avvenuta nelle nuove generazioni (perché nessuno intende negare che i tempi e le esigenze siano cambiati, il dissenso è su come si intendono governare questi cambiamenti), abbiamo un Ministro dell’Istruzione convinto che le classi con 27 adolescenti e più possono funzionare benissimo e che il peggioramento del livello degli apprendimenti non dipende dal numero di studenti per classe (a meno che non ci siano troppi “stranieri”, s’intende!).
Quindi, siccome i Presidi sono da tempo ormai diventati Dirigenti e si devono occupare in primis del bilancio del loro istituto anziché della didattica, una giornata in meno di scuola, con aule e uffici chiusi va benissimo, alla faccia dello studio e della serietà. Si eviti almeno l’ipocrisia di dire che tutto questo è nell’interesse degli studenti: no, ragazzi, proporvi tempi ristretti, tantissime cose in pochissimo tempo, non è farvi un favore; assecondarvi nella inevitabile, per l’età, resistenza verso la fatica e l’impegno, non è aiutarvi a crescere, non è credere in voi, non è investire sul futuro. Offrire un giorno in meno di scuola, care famiglie, non è un contributo al miglioramento della società nella quale i vostri figli cresceranno. Queste decisioni, semmai, avvallate da Collegi docenti, sono nell’interesse dei tanti insegnanti che desiderano il sabato libero e non possono essere tutti accontentati. Perché, in fin dei conti, il weekend lungo…
Paolo Marsich