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30.03.2026
Aggiornato il 31.03.2026 alle 00:33

Social devastanti e fake news, per difendere gli studenti insegniamogli la ‘media literacy’: si parta da quelli che non svolgono l’ora di religione

Gli studenti hanno bisogno di alfabetizzazione mediatica, di conoscenze e competenze fondamentali per creare in loro pensiero critico nell’ambiente digitale, riconoscere la comunicazione faziosa e le fake news, interagire quindi on line con modalità sicure e che rispondono alle esigenze etiche. Ne sono convinti i promotori del progetto Erasmus+ ActiveInMedia, coordinato dall’associazione Alkimie, che per un biennio ha coinvolto l’Iiss Duchessa di Galliera, l’istituto Nautico San Giorgio e l’Iiss Fortunio Liceti di Rapallo in un percorso formativo incentrato su fake news, verifica delle fonti, disinformazione on line e uso consapevole dei social media.

La formazione

Il percorso formativo, condotto insieme a quattro giornalisti professionisti dell’associazione no-profit MediaLab, ha sviluppato la “media literacy”, cercando quindi di accedere, analizzare, valutare e creare messaggi in una varietà di formati mediali, dai media tradizionali a quelli digitali.

Gli organizzatori dei corsi ritengono tale apprendimento importante al punto di chiedere di “inserire strutturalmente l’alfabetizzazione mediatica nei programmi scolastici”, magari come alternativa all’ora di religione per chi sceglie di non frequentarla.

Durante i due anni di progetto, le tre scuole superiori dell’area metropolitana di Genova coinvolte hanno non solo acquisito nuove conoscenze ma anche ribaltato i ruoli, arrivando a salire in cattedra al posto dei loro prof.

Un resoconto del biennio si è tenuto lunedì 30 marzo, scrive l’Ansa, a Palazzo Regione Liguria, alla presenza dei consiglieri Sara Foscolo (Lega) e Roberto Arboscello (Pd), che hanno ascoltato le proposte dei ragazzi impegnandosi a sostenere azioni mirate di media literacy nelle scuole, ma anche per gli adulti. La vicepresidente della Regione Simona Ferro ha definito il progetto «attuale e innovativo» e «un punto di partenza».

Dati e statistiche

I dati e le ricerche parlano chiaro: nonostante siano nativi digitali, molti studenti faticano ancora a orientarsi in modo consapevole nell’ambiente online. Secondo un’indagine dell’OCSE, meno del 10% degli studenti quindicenni è in grado di distinguere con sicurezza una notizia attendibile da una manipolata. Un dato che mette in discussione l’idea diffusa che i giovani, proprio perché cresciuti con la tecnologia, sappiano automaticamente utilizzarla in modo critico.

Anche in Italia la situazione non è molto diversa. A confermalo è il rapporto 2023 dell’AGCOM: esso evidenzia come oltre il 60% dei ragazzi tra i 14 e i 19 anni dichiari di informarsi prevalentemente attraverso i social network, spesso senza verificare la fonte originale delle notizie. Questo comporta una maggiore esposizione a contenuti distorti o non verificati, soprattutto su piattaforme come TikTok e Instagram, dove a volte vista la mole di informazioni che si incontrano in pochi secondi “scrollando”, non si capisce il reale contenuto di ciò che si legge.

Un ulteriore campanello d’allarme arriva da uno studio condotto dall’Università di Stanford, Stanford History Education Group. Secondo la ricerca, circa l’82% degli studenti analizzati non riesce a riconoscere contenuti sponsorizzati o articoli mascherati da notizie. In molti casi, gli studenti tendono a fidarsi di un contenuto solo perché accompagnato da immagini o grafiche accattivanti, senza interrogarsi sulla sua attendibilità.

Non si tratta solo di fake news, ma anche di uso problematico dei social

Il report “Digital 2024” di We Are Social segnala che i giovani italiani trascorrono in media oltre 3 ore al giorno sui social media, con effetti che vanno dalla difficoltà di concentrazione fino a fenomeni di dipendenza digitale.

Parallelamente, una ricerca dell’UNICEF sottolinea come 1 adolescente su 3 abbia dichiarato di aver avuto esperienze negative online, tra cui disinformazione, cyberbullismo o esposizione a contenuti dannosi.

In questo contesto, il progetto ActiveInMedia si inserisce come una risposta concreta a un problema sempre più urgente. L’idea di introdurre stabilmente la media literacy nei programmi scolastici, magari come alternativa all’ora di religione, per diversi esperti appare quindi solo innovativa, ma necessaria: la competenza digitale non può più limitarsi all’uso degli strumenti, ma deve includere la capacità di comprendere, analizzare e creare un pensiero critico mettendo in discussione ciò che si legge e si condivide online.

Per molti studenti coinvolti nel progetto, questa esperienza ha rappresentato un primo passo verso una maggiore consapevolezza. E forse è proprio da qui che bisogna partire: non solo insegnare a usare i social, ma insegnare a capirli.

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